Il Progioniero – Luigi Dallapiccola

L’81° Festival del Maggio Musicale Fiorentino prosegue con una delle opere più claustrofobiche del Novecento italiano: Il prigioniero di Luigi Dallapiccola, composto a cavallo della seconda guerra mondiale e che proprio a Firenze ebbe la sua prima mondiale in forma scenica nel 1950. Il concetto stesso di libertà, con tutte le sue contraddizioni, diventa motore di tutta l’azione; il protagonista infatti anela a uscire dal carcere ma nel profondo sa benissimo che ciò non è possibile, rifugiandosi così in una illusione rappresentata dall’ambiguo rapporto col carceriere, che sarà la sua vera condanna, prima del grande e spiazzante interrogativo finale.

Al posto del previsto Zubin Mehta, Michael Boder arriva a dirigere un’Orchestra del Maggio Musicale Fiorentino piuttosto in forma. Il direttore tedesco imprime un andamento energico e spigoloso a Dallapiccola, tutto teso a cercare gli aspetti avanguardistici, dimenticandosi in buona parte il tardoromanticismo di cui è imbevuta la partitura. Tuttavia l’obiettivo è perseguito e centrato con proprietà, in una lettura analitica che sfiora il virtuosismo, ma che arriva a infondere anche una certa teatralità nella seconda parte dell’opera. Boder riesce inoltre a sostenere le voci e a respirare con loro, nonostante il suono aguzzo e tagliente creato. I Quattro pezzi sacri sono invece eseguiti con correttezza e una ricerca di maestosità che punta molto sui grandi suoni tesi a marcare la terribilità michelangiolesca di alcuni passaggi. Pur nella buona coesione di insieme, manca una ricerca delle sfumature per rendere l’esecuzione più morbida e meno tonante. Il coro, preparato da Lorenzo Fratini, ben si disimpegna in tutti i suoi momenti, fornendo un’ottima prova soprattutto nello Stabat Mater.

Il cast offre invece prestazioni oscillanti. Nel PrigionieroLevent Bakirci si cala nei panni del protagonista con uno strumento non dirompente, ma duttile e appropriato. Pur essendo un po’ affaticato nel finale, soprattutto quando la scrittura si fa più impervia, costruisce un personaggio interessante grazie al buon fraseggio e alla varietà dei colori. La dizione e il conseguente scavo della parola italiana rimangono perfettibili, ma ciò non scalfisce una prova convincente, anche a fronte del notevole impegno fisico e scenico richiesto.
Anna Maria Chiuri affronta il ruolo della Madre con un mezzo non cristallino e una linea poco omogenea. Gli acuti suonano inoltre un po’ al limite, ma l’interprete si distingue soprattutto per la creazione del personaggio attraverso un fraseggio accurato. John Daszak fornisce una prestazione sfocata nell’ambivalente ruolo di Carceriere e Grande Inquisitore. La voce passa l’orchestra con fatica e gli acuti risultano appannati. Il tenore cerca di sostenere una scrittura che non sembra appartenergli del tutto, vanificando così anche eventuali buone intenzioni interpretative.