Umberto Bombardelli

Nato a Milano nel 1954, ha studiato Organo, Direzione di Coro e Canto Gregoriano presso il Pontificio Istituto Ambrosiano di Musica Sacra. Si è quindi diplomato in Organo e Composizione Organistica presso il Conservatorio “G. Verdi” di Milano sotto la guida di Luigi Benedetti. Ha studiato Composizione con Pippo Molino e Niccolò Castiglioni. Ha inoltre seguito corsi di Composizione Informatica con i docenti del Centro di Sonologia Computazionale (CSC) dell’Università di Padova. Nel 1979 si è laureato in Economia presso l’Università “Luigi Bocconi” di Milano.

Le sue composizioni sono state eseguite in Italia (Auditorium di Milano; MuDeC (MI); Milano Classica; Stagione REBUS Teatro Dal Verme (MI); Concerti della Triennale (MI); “Musica in cattedrale” – Duomo di Milano; Festival 5 Giornate (MI); Musiche in Mostra (TO); RISUONANZE, Udine; ErrePomeriggi (TO); Società dei Concerti (SP); Compositori a confronto (RE); Associazione Musicale “Anfossi” (GE); CLUSTER (LU); Teatro “Donizetti” (BG); Conservatorio di Rovigo; Conservatorio di Bologna; Conservatorio di Como; Conservatorio di Milano, Conservatorio di Alessandria; Auditorium Revoltella (TS), Festival di Bellagio e del Lago di Como (LC/CO); SOUNDSCAPE, Maccagno (VA); New MADE Week, Lovere (BS); Goethe Institut (PA) e all’estero (Russia: Mosca, S.Pietroburgo, Novosibirsk; USA: Carnegie Hall – New York, Boston; Francia: Parigi; Messico: Città del Messico, Puebla; Australia: Melbourne; Canada: Toronto; Olanda: Svezia: Goeteborg; Norvegia: Tromsø; Gran Bretagna: Londra, Shrewsbury, Kerry; Germania: Karlsruhe, Meiningen, Gotha, Gera, Bremen; Svizzera: Lugano, Ascona; Kazakhstan: Astana; Cina: Chongqing; Ecuador: Quito; Spagna: Siviglia, Valencia; Giappone: Tokio – Osaka – Inami – Nagoya; Ungheria: Budapest; Kosovo: Pristina; Austria: Vienna, Conservatorio).

Le sue opere sono state eseguite, o dirette, da interpreti di grande rilievo quali (in ordine sparso): Marco Rizzi, Paolo Carlini, Mario Marzi, Federico Mondelci, Jean Marie Londeix, Vittorio Parisi, Sauro Berti, New MADE Ensemble, Dèdalo Ensemble, Cappella Musicale del Duomo di Milano – Claudio Riva, Orchestra dei Pomeriggi Musicali – MI, Piero Bonaguri, Sergio Delmastro, Omar Zoboli, Rocco Carbonara, Guido Boselli, Marco Bonetti, Luca Avanzi, Francesco Catena, Francesco Quaranta, Emanuele Vianelli, Rossella Spinosa, Willi Burger, Gerd Lünenbürger, Gabriella Bosio, Emilio Pomarico,  Alfonso Alberti, Birgit Nolte, Duo Atzori-Brunini, Roberto Arnoldi, Alessandro Castelli, Adele D’Aronzo.

Nella stagione 2016/2017 è stato compositore in residence del Dèdalo Ensemble di Brescia per il quale ha realizzato tre nuovi lavori, eseguiti sotto la direzione di Vittorio Parisi.

Nel 2000 è stato pubblicato un saggio di Renzo Cresti sulla sua musica, nella collana Linguaggi della Musica Contemporanea, Guido Miano Editore, Milano. Nel 2004 la sua biografia e il catalogo dei suoi lavori organistici sono stati pubblicati nel volume – a cura di Gian Nicola Vessia e  Marco Rossi – Le firme dell’organo (Edizioni Carrara, Bergamo). Il musicologo Enrico Raggi ha dedicato una approfondita analisi ai suoi 20 Studi per flauti dolci, pubblicati in Germania, e il chitarrista Luciano Chillemi ha scritto un ponderoso saggio sui suoi 7 Studi per chitarra. Recentemente gli è stato riservato un ampio spazio nel volume Musica presente di Renzo Cresti, 2019, LIM, Lucca.

Nel 2005 Umberto Bombardelli è stato ammesso tra i soci della SIMC – Società Italiana Musica Contemporanea e nel 2013 del Fondo Internazionale “The Villa of Composers”.

Ha pubblicato con Edipan (Roma), Ricordi (Milano), Edizioni Rugginenti (Milano), Flautando Edition (Karlsruhe), Walhall Edition (Magdeburg), Carisch (Milano), Ut Orpheus (Bologna), Sconfinarte (Milano),  BAM (Ginevra), AB Editore (Milano). Con quest’ultimo ha pubblicato, nel 2011, il CD monografico Seven colours. Nel 2018, poi, ha pubblicato un secondo CD monografico – AURA – con le edizioni EMA Vinci. Con l’editore BAM International ha recentemente pubblicato il CD Five Mysteries che include cinque suoi nuovi lavori per violino e organo interpretati da Marco Rizzi e Emanuele Vianelli.

Ha tenuto master-class di composizione presso il Conservatorio di Stato “M. I. Glinka” (Novosibirsk, Russia), dal quale è stato insignito del  titolo di Professore Onorario.

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REFERENCE


da Musica Presente
di Renzo Cresti
Libreria Musicale Italiana – Lucca, 2019

Bombardelli: ascoltare se stessi per comunicare agli altri

Di Umberto Bombardelli (1954), perizia tecnica e delicatezza espressiva paiono gli aspetti più evidenti della sua produzione recente. Nell’attuale situazione compositiva, non occorre un ulteriore approfondimento tecnico, quanto una rinnovata disponibilità alle esigenze interiori, una forma mentis  meno manageriale e più in sintonia con le energie vitali, collegate alla verità del vissuto individuale e collettivo. Non devono venir prima le commissioni, deve venire prima l’idea, quella da cui parte un brano, il quale deve scaturire proprio da un’urgenza comunicativa che, grazie al lavoro tecnico, si concretizza in oggetto musicale. L’interiorità e l’oggetto, queste sono le due polarità di Bombardelli. Prima deve compiersi l’esperienza dell’ascoltarsi e  dell’ascoltare, poi quella dello scrivere, il linguaggio compositivo è l’esito personale di questa esperienza. L’atteggiamento essenziale è quello dell’essere in ascolto, di se stessi e degli altri.

La prima fase della sua produzione nasce dall’interesse per il gioco automatico delle regole che scaturiscono dall’analisi approfondita di uno spunto musicale, ma fin da subito l’opera la si vuole sorretta da un ideale percepito come vero, da una comunicatività che si rinnova ogni volta. A parte i due brani per organo, Cantus Primus e Communio (entrambi del 1983), che ci dicono dell’attenzione verso gli aspetti religiosi, la prima composizione di un certo interesse è Trigon (1986), per violoncello, divisa in tre sezioni: s’inizia con un tempo estatico, dal quale escono arcate decise, come corpi nella nebbia, nel movimento centrale la corposità del suono si concretizza, è una sorta di studio sull’armonico naturale di ottava, che procede con energia coinvolgente; la terza sezione è la più breve, ha un andamento infuocato, una polifonia nervosa e un fraseggio a scatti, variegato e rapido. Allo stesso anno risale ]ust a little per quartetto d’archi: il titolo potrebbe essere una dichiarazione di poetica, vista la discrezione con cui Bombardelli procede nella scrittura, leggera e trasparente, pur di grande forza d’impatto auditivo.

Le temps qui s’enfuit (1987), per ensemble, ci dice che a volte a Bombardelli piace titolare i suoi lavori nella lingua francese: si nota una caratteristica che poi diverrà una costante, quella delle piccole figurazioni che si succedono e s’incastrano con leggerezza. L’andamento lento e sospeso e un’altra costante che diverrà propria di quasi tutta la produzione di Bombardelli, si veda Lo stagno di Basho (1988), per chitarra e percussioni, dove lo sposalizio ritmico/timbrico fra la chitarra e gli strumenti a percussione crea un fantastico fraseggiare che sa di perline di zucchero. La chitarra è uno strumento che avrà sempre più importanza, si ascoltino i Cinque piccoli pezzi (1990): si tratta di brevi, ma non aforistiche, sezioni dal carattere diverso, ma che creano comunque un’unità tecnica e anche espressiva. Da sottolineare la sicurezza con cui l’autore tratta il difficile strumento, approdando a situazioni innovative e poetiche (la diteggiatura è di Piero Bonaguri).

L’approfondimento del rapporto fra il timbro e gli altri parametri viene portato avanti in Abstract (1989), nel quale giochi di linee strumentali piuttosto astratte (come preannuncia il titolo), ovvero indipendenti nel loro procedere contrappuntistico, solo raramente si coordinano in un tessuto cooperativo e armonico, ma in questa discordanza si creano colori cangianti. Ancor la chitarra protagonista in Square (1990) ma stavolta insieme all’arpa, oppure in Harmon (1991), assieme al violoncello, mentre Differente (1991) è per pianoforte e Tricks per flauto dolce contralto: si tratta di pezzi anche complessi, ma della scrittura elegante e dal fraseggio flessibile che donano un facile ascolto. Bella scrittura e colori mutevoli si riscontrano anche in Cadenza (1992), per ottetto di fiati.

La chiusura della forma, operata dai procedimenti strutturali messi in opera da Bombardelli, non conduce mai a un formalismo classicheggiante, anzi, gli andamenti sono generalmente rapsodici e le combinazioni strumentali molto inventive, nelle quali domina un senso timbrico figurale pronunciato. Inoltre, il fraseggio è libero e scorrevole come in Flow (1994), e le parti (e)statiche hanno il compito di sospendere il tempo in una spazialità meditativa che contrasta e si esalta nella contra-posizione con i momenti energici e incisivi. La leggerezza del tratto e la scioltezza del gesto

sono doti non comuni che troviamo naturali nel linguaggio di Bombardelli. Si veda anche il bel pezzo per flauto dolce tenore e due violoncelli, Fil Rouge (1994), dall’animato e sciolto andamento, dalle dinamiche caleidoscopiche e dalla tessitura armonica sottile e raffinata che sorregge una linea melodica trapuntata di suoni preziosi.

Bombardelli non ricorre spesso a testi poetici, qualche volta si è rivolto agli haiku giapponesi, come in Uni/voice (1998) per lo strano organico di 6 pianoforti e voce di soprano ad libitum, dove una seria di tre haiku costituisce il testo della parte affidata al soprano; simili sono i Tre notturni giapponesi (2004). Quando Bombardelli trova un testo poetico profondamente religioso di solito realizza delle iterazioni delle varie sezioni testuali o di singole parole, per ottenere l’effetto di un tempo (e)statico che possa creare un clima di contemplazione, si ascolti Dictum (1998) e soprattutto In Gottes Wille (2000), su testo di Edith Stein, che non è mai menzionato nella partitura e costituisce un riferimento assolutamente privato.

Nello scorrere il catalogo delle composizioni di Bombardelli si nota un’assoluta preminenza della musica da camera, spesso solistica e raggruppata in una sorta di cicli dedicati ad alcuni strumenti prediletti, quali la chitarra, il pianoforte, il flauto e flauto dolce, l’organo, questi riferimenti non sono solo dettati da motivazioni pratiche (conoscenza degli strumentisti e più facilità nel trovare occasioni di esecuzione per la musica da camera), ma anche dal carattere di Bombardelli, riservato e schivo, che meglio si trova nelle piccole forme dove la scrittura ha modo di raccogliersi in un espressività interiorizzata. Scrive Bombardelli: «Oggi la mia musica ha come elemento focale la presenza esibita di linee melodiche (intese nel senso elementare di altezze coordinate da durate) fatte interagire, spesso crudamente, con elementi percettivamente strutturati in modo molto complesso, che tendono a celare le linee, lasciandone ogni tanto intravedere la semplice nudità. Nella mia produzione fa finalmente comparsa la voce. Nello stesso tempo. sento emergere il desidero che la musica torni a essere gioco, non nel senso di un’ allegra superficialità e neppure in quello di un disimpegno formalistico, ma della ricerca di una rinnovata lievità».

Le costanti della sua musica riguardano una ritmica formata da cellule semplici, combinate in modo complesso; armonia dissonante, ma tendente all’eufonia; attenzione alle proprietà del materiale; il lavoro che parte da un campo armonico: scale e figurazioni varie sono sempre ricavate da esso (incastro di accordi, estensioni cromatiche dei gradi in uso, proiezioni, etc.); la purezza del fare; concezione del pezzo come un viaggio, un’avventura della fantasia e dell’orecchio; scarso interesse per l’elettronica pura e la tecnologia informatica applicata alla composizione, perché la musica è un atto di comunicazione da uomo (compositore) a uomo (interprete) e con una componente spettacolare (l’esecuzione fisica) che ne è parte integrante; i cambiamenti, invece, riguardano le strutture ritmiche che divengono assai più speculative e dipendono meno dal materiale (intervalli, altezze assolute); l’uso di stilemi ritmico-melodici appartenenti alla tradizione (soprattutto della tecnica strumentale); il suono degli intervalli di settima sovrapposti sempre più evidenti.

Con le composizioni degli anni 2000 Bombardelli si conferma un musicista severo e a un tempo flessibile, dove rigore e scorrevolezza convivono e dove forma ed espressione fan tutt’uno. Il pezzo per trombone Das klingende Lied (2009) riesce a tramutare questo strumento in una linea melodica introversa, con richiami a un mondo sonoro panico, un po’ come anche in A l’aube du son (2011), per pianoforte, dove la nascita del giorno viene presa ad archetipo di tutte le nascite, le origini, gli inizi, i princìpi. Allo stesso anno appartengono pure i Quattro nuovi studi, per chitarra, i

quali, come in tutti i brani chitarristici di Bombardelli, sono un ottimo esempio di come si deve trattare questo strumento, cosi difficile e così ricco di sfumature di ogni tipo; l’esaltazione della fisiologia dello strumento è il punto di forza di queste pagine, dove mano destra e sinistra si trovano loro agio nell’affrontare ogni particolarità tecnica, tramutandola facilmente in scorrevolezza sonora. L’anno successivo vede la scrittura di Inner Sounds (2012), per violino, anche in questo caso il rispetto per le capacità intrinseche allo strumento è assoluto, eppure le sonorità sono così variegate da coprire un ampio ventaglio di possibilità sonore ed espressive,da un’ovattata recitazione sonora a momenti di insistita, melanconica dolcezza lirica; circa a metà del pezzo un pizzicato annuncia movimenti ritmici più pronunciati per poi concludersi con tenera tristezza.

Come potresti… (2013), per soprano e flauto, sono pagine di buona fattura ma un po’ scontate nel trattamento della voce, mentre il Ground Concerto (2013), per clarinetto basso e orchestra d’archi, è un lavoro impegnativo, nel quale il maestro riesce a creare un intelligente rapporto fra lo strumento solista e il gruppo strumentale, con

risultati espressivi soddisfacenti. Inoltre, va citato il pezzo per due percussionisti, In-La (2013), in tre movimenti, dove gli strumenti a intonazione fissa conducono un magico racconto sonoro, nel quale il ritmo si fa colore; i momenti di sospensione, dove il tempo si spazializza sono i più suggestivi. Particolare è il brano per 4 clarinetti Flex-A, formicolante nel susseguirsi di piccole frasi che si rincorrono e si accavallano, ricordando nel respiro il suono di una fisarmonica; una sezione ritmica, con battiti, interrompe il formicolio che viene poi ripreso ma in maniera più pungente. Sempre al 2014 appartiene anche Broken leaves, per due chitarre, ben intrecciate tanto da sembrare una sola.

Fra i lavori recenti: Wide (2016), per flauto, violino e clarinetti, è un brano di raffinata fattura dove gli strumenti si intrecciano con grazia leggera, malgrado che alcune linee siano appuntite, senza mai cedere nel rigore di una bilanciatura perfetta; la scrittura è movimentata nella metrica e nella ritmica, nelle dinamiche e modi di attacco ma non perde in scorrevolezza e chiarezza; respiri o brevi ripetizioni a piacere forniscono all’interprete la possibilità di un piccolo tocco personale, anche in Ad Infinitum (2016), per pianoforte, si riscontrano le stesse pagine movimentate

ma scorrevoli che vanno affrontate ‘con impeto’, ma anche con momenti di calma e solennità che, per contrasto, esaltano quelli frementi e ‘rudi’; una certa libertà e battute vuote in cui i suoni vengono assaporati nel loro essere lasciati vibrare contribuiscono ad esaltare le sfumature timbrico-dinamiche, per il resto molto legate a un discorso intervallare.

Un continuità formale è quella di partire da strutture armoniche pre-composte, utilizzando serie numeriche che definiscono l’intervallistica e le durate. Una persistenza stilistico-espressiva della musica di Bombardelli, dall’inizio a oggi, è quella di riuscire a mantenere interesse per il potenziale espressivo della dissonanza diffusa e la ricerca di un’eufonia anche nei contesti più dissonanti e irregolari dal punto di vista timbrico e ritmico, quest’ultimo parametro va via via a prendersi un posto di rilievo, come punto di appoggio pulsante, come il gusto per i colori luminosi o macchie timbriche colorate, in ogni caso il parametro timbrico diventa più strutturante.

Nelle opere recenti si assiste a un interesse crescente per la voce umana, in specie se corale.

La musica è per me espressione diretta di una visione pienamente umana, che attiene, cioè, all’uomo e al suo mistero. Nasce da gesti (intellettuali) umani e si incarna in gesti esecutivi/interpretativi altrettanto umani. La macchina (intesa come lo è oggi in musica, cioè come intelligenza artificiale) è tendenzialmente aliena (direi: centrifuga) rispetto a questo processo. Il gesto (musicale) umano è quanto più direttamente può parlare all’ascoltatore, che partecipa della stessa radice antropologica del compositore e dell’interprete. L’oggetto musicale che nasce dal mio processo compositivo vuole essere espressione di una positività (qualcosa di reale, constatabile,

giudicabile; non semplicemente suggerito o evocato, ma chiaramente espresso). Ho fiducia nell’io, nel reale e nel valore positivo dell’essere, dato che mi viene dalla mia formazione e fede cristiana. Non sento di aver alcuna tesi da dimostrare (e questo, in un sistema dei media sempre alla caccia del diverso e del curioso, tende forse a rendermi trasparente), ma innanzitutto il gusto di creare. Sono sempre convinto – come sono stato educato a fare – che alla base della creazione musicale debba sempre esserci un’idea musicale, un’immagine sonora. Non, semplicemente, l’idea di un processo compositivo o di un environment (testimonianza).

Musica che si lega all’umano come gesto di fede ma che, a differenza di molti compositori liturgici, non rinuncia alla pratica dell’artigianato, a una ricerca tecnico formale che rende degna di rilievo l’operatività. (almeno secondo la concezione occidentale) e l’oggetto sonoro; tale umanità è intesa nella sua essenzialità, da qui il rifiuto, pressoché totale per l’elettronica e per le intelligenze artificiali.

Fra le composizioni ultime, spiccano Five Mysteries (2017), per violino e organo;  Nouveaux Domaines (2017), per flauto, è stato scritto in memoria di Pierre Boulez, la dedica sembra condizionare un po’ la scrittura di Bombardelli, qui molto aggressiva e ossessiva, con continui sforzati dinamici, cambi di tempo, glissati, caselle da ripetere il più velocemente possibile, tempo definito ‘implacabile’, glissati, echi e altri effetti suonati nervosamente. Da questo pezzo deriva One step above, scritto subito dopo, nel quale al flauto si aggiunge il pianoforte. Lavori che esemplificano sia la poetica sia la fattività di questo compositore sensibile e coscienzioso.

La musica di Umberto Bombardelli non è processo ma opera compiuta, che rivaluta il concetto di forma, derivata da una fantasia associativa, da una perizia tecnica e da una delicatezza espressiva che paiono gli aspetti più evidenti del suo percorso artistico recente. La delicatezza del sé, la leggerezza del tratto e la scioltezza del gesto sono doti non comuni che troviamo naturali nello stile di Bombardelli, questo il suo dono alla cultura del presente (spesso egocentrica e presuntuosa).