LUX AETERNA – Stefano Teani

LUX ÆTERNA
Viaggio sensoriale per Soprano, Chitarra ed elettronica

Concept, musica e libretto:
Stefano Teani

Maria Elena Romanazzi, Soprano
Giacomo Brunini, Chitarra
Marianna Giulio, Voice over

Concept

Tutti conosciamo la luce. Abbiamo plasmato il pianeta in maniera che dallo spazio si possa vedere l’enorme quantità di luce artificiale che le grandi città producono. Tuttavia la scienza ci dice che l’universo è buio, che quella che chiamiamo luce non sia altro che delle onde elettromagnetiche che i nostri occhi percepiscono e il nostro cervello interpreta come segnale luminoso.
Anche la luce diventa così una vibrazione, un altro “palpito dell’universo”, per citare Verdi. Ecco un interessante punto di contatto con la musica, anch’essa astratta ma incredibilmente concreta. Perché dunque non “sentire” la luce…?

L’opera

Quest’opera si svolge interamente al buio, gli unici momenti in cui un po’ di luce si fa strada è quando i titoli che scandiscono i vari momenti vengono proiettati sul sipario chiuso. Questa suddivisione interna aiuta il pubblico a orientarsi all’interno del variegato mondo sonoro proposto nonostante i numerosi flashback. Il nomi del prologo e dell’epilogo sono un’evidente citazione del Faust di Goethe, mentre il secondo ricordo cita “Al faro” di Virginia Woolf.

Numerosi i riferimenti e le concezioni filosofiche implicate; il “Lux Æterna” del requiem diventa citazione musicale in ordine cronologico inverso, materiale da cui attingo per i brani chitarristici ma anche simbolo del mondo interiore della ragazza. I ricordi sempre più lontani nel tempo parlano dell’amore fra i due amanti, quello dei genitori e quello della nonna, che si lega al sentimento religioso. Tre tipi diversi di amore, come in Schopenhauer, in tre luoghi con mondi sonori diversi e con luci di tipo diverse.

Dal punto di vista sonoro abbiamo musica diegetica ed extra-diegetica di vario tipo, dai suoni ambientali alla voce della ragazza che si racconta. Quest’ultima si sdoppia, da una parte la sua percezione di sé e dall’altra la percezione che ne hanno gli altri.
Un’opera dunque che tratta di un evento drammatico che, tuttavia, diventa occasione per aprire nuovi scorci su una diversa concezione dell’universo e della vita. Si potrebbe dire, che getta una nuova luce sulla nostra idea di esistenza.

Note drammaturgiche

Il sipario è chiuso e, di volta in volta, vi si proiettano i nomi delle situazioni (Prologo, Ricordi, Epilogo). La chitarra è amplificata e il soprano dovrà cantare fuori dal palcoscenico, oltre il sipario (dunque in sala o in altro luogo purché ben udibile ma non visibile). Le indicazioni “Ragazza (S)” oppure “Ragazza (A)” significano “Soprano” e “Audio”, dunque solo quelle indicate dalla lettera S vanno recitate in teatro, il resto è contenuto nel file audio.


LUX ÆTERNA

Viaggio sensoriale per Soprano, Chitarra ed elettronica

Prologo in cielo

Ragazza (A):

Sipario abbassato, scena buia
Si sente il suono di un disastroso incidente d’auto

…è strano…eppure la vedo. Per una volta non la sento…la vedo! Sì perché ho passato tutta la vita a sentire una luce dentro di me, invece di vederla…

Si sente il Lux Æterna di Ligeti

…non so spiegarlo. Una volta hanno detto in un documentario che in realtà l’universo è buio, che la luce non esiste davvero perché è il nostro cervello che interpreta certi segnali captati dagli occhi facendoci vedere cose luminose…allora è per questo che io la sentivo! Perché, in realtà, è una specie di vibrazione, come la musica!

Gradualmente la musica di Ligeti sfuma ed emerge di nuovo il suono dell’incidente

Eppure oggi la vedo…che strano…

Primo ricordo

Il chitarrista attacca il primo brano

…sto tornando con la memoria a quel giorno in cui decisi con lui di andare via, lontano da tutti, per goderci un po’ di tempo insieme. Era solo un paio di anni fa, eppure…è tutto così diverso. Aveva scelto lui dove andare; era in montagna, con dei boschi pieni di suoni e di profumi. Lui era molto

Ragazza (S).:

affezionato a quel posto, diceva che c’era una piccola radura dove potevamo sdraiarci e guardare le stelle.

Il chitarrista finisce di suonare e cominciano i suoni del bosco, del vento, degli uccelli e di tutto l’ambiente circostante

R. (A):

Mi ricordo che cercava in tutti i modi di descrivermi quelle costellazioni, raccontandomi i miti da cui molte traevano i loro nomi…era così sicuro, parlava così bene…mi faceva sentire come se quelle stelle fossero lì solo per me…

Com’è ironica a volte, la vita…

Ritornano i suoni del luogo dell’incidente

…solo due anni…io stessa ero un’altra due anni fa, dentro di me sentivo una luce completamente diversa…!

Si sente il Lux Æterna di Fauré

Ora – non saprei dire perché – così, all’improvviso, mi è salita una gran nostalgia dei miei genitori…quanto hanno fatto per me…
e io, invece…

– Secondo ricordo

Il chitarrista attacca il secondo brano

…mi ricordo quella volta che andammo in gita alle Ebridi, io e la mia famiglia. Era qualche anno fa, mia madre voleva portarci al faro. Purtroppo il tempo ce lo impedì, non smetteva mai di piovere e far tempesta. Alla fine, durante l’ultimo giorno della nostra breve vacanza, decisi di partire da sola pur di raggiungere questo faro tanto desiderato da mia madre…volevo almeno sapere cosa si prova a stare sotto la

pioggia all’ombra della sua imponenza…

R. (S):

Il chitarrista finisce di suonare e cominciano i suoni del mare, della pioggia, dei gabbiani e di tutto l’ambiente circostante

R. (A):

Inutile dire il litigio che questo comportò con loro, in particolare con mio padre, a cui non importava niente di quel “dannato faro”, come lo chiamava.

Ora che ci penso…probabilmente è stata una delle ultime volte che ci siamo rivolti la parola…
come riusciamo a essere stupidi, a volte…

Ritornano i suoni del luogo dell’incidente

…sarebbe stato bello vedere anche allora ogni cosa così chiaramente come mi appare ora…prima di quella vacanza era tutto diverso, dentro di me sentivo ancora questa luce, sì, ma…diversa…

Si sente il Lux Æterna di Verdi

…e mia nonna? Che persona incredibile che era…

Terzo ricordo

Il chitarrista attacca il terzo brano

…se penso a quando da piccola, ogni Domenica, mi portava a messa…quanti ricordi…due cose mi hanno sempre colpito profondamente di quel luogo: la musica e le candele. Quei canti ricchi di voci e di spiritualità antica…e le candele, con il tenue calore che irradiavano e quel vago profumo di luogo sacro…

R. (S):

Il chitarrista finisce di suonare e cominciano i suoni del coro, dell’organo, dei passi sul pavimento e di tutto l’ambiente circostante

…fu un trauma per lei quando, raggiunte le soglie della maggiore età, smisi bruscamente e definitivamente di frequentarla e di accompagnarla. Un po’ alla volta smise lei stessa di andarci, dando la colpa all’età che avanzava ma, sotto sotto, nascondeva una profonda delusione e io lo sapevo…

Ritornano i suoni del luogo dell’incidente

R. (A):

…anche in quel caso avrei voluto comportarmi diversamente ma…dentro di me una luce intima e segreta mi guidava per altre vie…

Epilogo in terra

I suoni del luogo dell’incidente sfumano e restano un leggero brusìo indistinto

…dicono che in questi momenti si vede l’intera vita passare davanti agli occhi…io invece vedo solo dei frammenti…e ora sento anche una musica che conosco…o almeno che conoscevo…

Si sente il Lux Æterna di Mozart che poi muta e diventa altro

Sì, è Mozart! Quello che mia mamma mi faceva ascoltare sempre durante la gravidanza, sperando così che diventassi più intelligente…

Non so se la mia intelligenza ne abbia giovato, so però che la musica mi ha sempre accompagnata. È stata l’unica luce nel mio mondo fatto di tenebre. Lo stesso concetto di luce per me non poteva avere nessun significato, non avendola mai vista…per questo io sentivo la luce, dentro di me…perché per me la musica è ciò che per voi è la luce…

Rivolgendosi al pubblico

Sì, mi rivolgo a voi. Me ne sto andando e questo mi collega a tutti voi. La luce dentro di me ora può vibrare dovunque, anche dentro altri…

Questo ora io vedo chiaramente. Che sono stata sorda tutta la vita, non cieca. Sorda alla vera e unica luce dell’universo, la vibrazione!

Si accende la luce in sala

FINE DELL’OPERA

Reference

COMUNICATO DELLA PRESENTAZIONE e PREMIERE DEL VIDEO
PRESENTAZIONE
https://youtu.be/qywhHb4Qy3g
PREMIERE – VIDEO DELL’OPERA

una produzione
Cluster – Puccini Chamber Opera Festival – Teatro del Giglio (Lucca)
(p) © 2020 EMA Vinci L&C


LUOGHI di Alberto Gatti

LUOGHI
per oggetti risonanti e chitarra
 
Musica e libretto di
Alberto Gatti
 
Giacomo Brunini
chitarra
 
Alberto Gatti
live electronics
 
Girolamo Deraco
regia
 
Una produzione di Cluster
Puccini Chamber Opera Festival
Teatro del Giglio
 
Video EMA Vinci L&C
 

Il fulcro centrale del lavoro di Alberto Gatti presentato nel piccolo teatro lucchese è quello di ottenere un’attenzione totale da parte dello spettatore verso frammenti di suono/immagine che appaiono immersi “e quasi generati” in elementi a loro opposti il buio e il silenzio. Buio e silenzio però diventano parte integrante dello spazio teatrale, sono elementi dimenticati, assenti, invisibili: il pubblico è intento a catturare le immagini e i suoni che improvvisamente compaiono per poi altrettanto velocemente fuggire. Lo spazio teatrale, che in un primo momento sembra circoscritto al palcoscenico ad un certo punto prende una forma diversa, invade parte della platea grazie alla presenza di uno strumento, la chitarra di Brunini, che interviene quasi commentando parti del lavoro. Un grido sommesso di una voce acustica che disinvolta si muove fra linee, ritmi, suoni ed armonie prodotte da strumenti informatici e diffusori elettronici. Piano piano scopriamo che anche parte degli oggetti illuminati e sonorizzati sono posti fuori del palcoscenico a sottolineare la rottura di uno spazio teatrale classico. I suoni e le luci ad un certo punto si fermano, sembrano tornati e riassorbiti dal silenzio e dal buio, una lunga pausa in una notte silenziosa indica il termine del lavoro. (Giuseppe Scali)



Presentazione dell’Opera

1 Giugno 2019
Momenti preliminari

Ñomongeta di Diego Sánchez Haase

Opera de cámara en dos escenas
Musica di
Diego Sánchez Haase

Libretto di
Modesto Escobar Aquino
Pedro Parédez Argüello

tenore
José Mongelos

Live electronic
Eduardo Caballero

video scenografia
Lorenzo Vignando

regia
Girolamo Deraco

regia del video
Luciano Scali

In collaborazione con l’Ambasciata del Paraguay in Roma, con il Centro Cultural de la República del Paraguay el Cabildo, Club UNESCO Lucca


SCENA 1: Il nativo è seduto sul tronco di un albero caduto nel mezzo di una foresta abbattuta, in quella che un giorno era la fitta giungla dell’Alto Paraná. Quasi in trance, il nativo immagina un dialogo con Cristoforo Colombo e gli chiede di svegliarsi e, dovunque si trovi, lasciare il suo lungo silenzio e, seduto faccia a faccia, possano parlare francamente, ora che cinque secoli del suo arrivo in queste terre. Gli ricorda che, quando è arrivato, ha trovato un ricco continente, con molte cose belle che erano sparse ovunque. In un momento, il nativo immagina di vedere un cervo nella foresta e descrive ampiamente com’era questa caccia agli animali, che – dice – Dio lo ha mandato come cibo. Segue poi la storia: l’atmosfera era cristallina, il cielo dell’azzurro più puro, di notte le stelle brillavano in tutto il loro splendore. Il campo era pieno di animali, l’aroma dei frutti nelle foreste era forte e lo spartiacque suonava con forza. Rimaneva cibo in abbondanza, tutto ciò che era necessario era vicino e tra gli uomini c’era rispetto, amore, cordialità e vita tranquilla. Quando il cibo era condiviso, i membri della tribù ballavano gioiosamente; le giovani donne, le donne anziane e i vecchi ridevano felici, i bambini saltavano a gran voce facendo scherzi. Improvvisamente, sembra che l’indigena si sveglia dalla sua trance. Si sentono i suoni della foresta.

SCENA 2: In una piazza di Asunción. L’indigena, seduto su una panchina, si trova di fronte a una statua di Colombo. Di nuovo in una sorta di trance, chiama nuovamente Colombo per parlare. Ora racconta come è andata l’America dopo l’arrivo dei “conquistatori”. Improvvisamente, hanno scoperto che tutto ciò di cui avevano bisogno era molto costoso: carne, manioca, latte, mais, ecc., persino le erbe medicinali – di cui erano saggi esperti – erano allontanate dalle sue mani. Furono invasi da culture straniere; iniziarono a esplodere i fiumi e le cascate alla ricerca di cose preziose, le foreste furono abbattute e le sorgenti e i corsi d’acqua furono contaminati. Con molta tristezza, l’indiano canta la sua aria dicendo che non hanno mai offeso la luna e il sole. Perché dovrebbero farlo? Tutto ciò che vogliono è che la loro terra – la loro vera madre che gli ha visti crescere – sia restituita. Che all’alba di un giorno, tutto sia di nuovo di loro; che la foresta sia di nuovo fresca, che gli animali possano ripopolari i campi e che il cervo abbondi di nuovo per tornare a mangiare cibo gustoso; perché ora non c’è niente. Tutto finì e la tristezza li colse. Le loro terre, i loro campi e persino gli animali che servivano da cibo, ora nulla appartiene a loro. E oggi, i sovrani non li conoscono più, non vogliono vederli e li emarginano. Gli indigeni muoiono perché non esistono medicine per loro, e l’oscurità ha colto bambini, madri e anziani. Nel mezzo di questa profonda tristezza, il nativo dice a Colombo che non vuole più vivere, che la sua vita si è rotta dopo così tanti combattimenti. Pertanto, estrae un pugnale dalla sua cintura, e chiede a Dio di perdonarlo e di benedirlo, e che il sangue che sarà versato dal suo cuore serve come sacrificio perché quella terra chiamata America appartiene a loro. Il palcoscenico si oscura completamente. Si sentono i suoni della città.

Scarica il Libretto dell’Opera

una produzione
Cluster – Puccini Chamber Opera Festival – Teatro del Giglio (Lucca)
(p) © 2020 EMA Vinci L&C

PITENTZIN di Eduardo Caballero

Concetto
Pitentzin è la storia di una persona in quattro fasi della vita, in cui si fondono nel tempo e nello spazio, sta cercando una risposta al sentimento di solitudine, un sentimento così profondo che ha imparato fin da giovane, un sentimento che sa che gli è estraneo. La sua persona. Sin da bambino, la speranza gli è stata tolta, ricorda che era libero, in gioventù, adulto e vecchiaia cerca una risposta che sa di avere da bambino, riesce a trovarsi? Sarai in grado di recuperare ciò che è stato perso?

Sinossi
Il giovane Pitentzin, il Pitentzin adulto e il vecchio Pitentzin convergono allo stesso tempo, senza che si rendano conto che stanno insieme nello stesso tempo e nello stesso spazio. Un’angoscia costante li conduce come se fosse un labirinto di solitudine, se non avevano portato via la loro identità fin dall’infanzia, forse quella sensazione non era come un labirinto. Apparendo quasi come un ricordo di PITENTZIN Child, gli altri si sentono e vengono percepiti, iniziano a vedersi e capirsi per la prima volta. PITENTZIN Il bambino comunica loro l’amore con le metafore, si vedono tutti, si connettono con gli occhi, si capiscono, perdonano e perdonano la storia, ascoltano tutti una ninna nanna, dopo un periodo di contemplazione silenziosa, lo ascoltano in lontananza l’antica canzone dei Dies Irae.

(Eduardo Caballero)


PRESENTAZIONE IN DIRETTA STREAMING
VIDEO

Pitentzin (premiere mondiale)
opera da camera per tenore e live electronic
Concept e musica di Eduardo Caballero
Libretto di Iván Flores
José Mongelos, tenore
Live electronic Eduardo Caballero
Lorenzo Vignando, video scenografia
Girolamo Deraco, regia
Opera Prodotta dal Puccini Chamber Opera Festival, Claster e Teatro del Giglio (Lucca), In collaborazione con Segreteria delle relazioni estere del Messico


LIBRETTO

PITENTZIN

Ópera en cuatro vidas
para voz y live electronics
Idea y música: Eduardo Caballero
Libreto: Iván Flores
Ensamble (grabado): Saxofón (alto-Barítono), Corno, Violín, Percusión.

Como un sueño surrealista, cuatro vidas se presentan en diferentes situaciones y en lugares distintos, la cuarta vida Pitentzin se situada en Centla, primera ciudad de America donde se llevó acabo la batalla entre los Españoles y el imperio Mexica.

Introducción

Soñando que sueño

Sueño un sueño

Soñando que sueño

Despertaré pronto

¿Despertaré?

Obertura

 

Orden de sonidos (instrumentos): Violín, Vibráfono, Sax alto, Corno.

 

Vida Uno

Okichpiltsintli: Joven, apenas hombre. Temeroso.

Silencio. Se escucha un relámpago y se desata una tormenta. Una figura emerge de la oscuridad, iluminada por las luces de la tormenta. Okichpiltsintli: Joven, apenas hombre. Temeroso. Observa con asombro y cautela la tormenta en el cielo. Tormenta envolvente, inquieta. De pronto ese núcleo de luz y estruendos avanza hacia la temerosa silueta. La tormenta frente a él. Asombro. Las nubes y relámpagos parecieran iniciar un proceso de parto. Un estruendo… otro… y avanza. Un destello cegador. Los ojos se cierran. La mirada se recupera y admira frente a sí, como la tormenta ha construido una muralla impalpable, transparente. La infinita riqueza del mundo al otro lado. Un instante. Suspenso. Otro estruendo más… creciendo en fuerza y esplendor, la muralla colapsa sobre la inmóvil silueta. Oscuro. Silencio.

  

Comienza a crear un grafiti en una pared.

Abro los ojos y desaparece

me agito

estoy confundido

Agita la botella de aerosol, continua con el grafiti

¿Qué significa? ¿De dónde viene?

Me invade y me ciega

Hoy fue igual

mis padres en guerra

 no llores más niño (gritando)

en guerra están, ma, pa

¿dónde estás?

tu cuna, mi cuna

Me voy, escapo

Aquí estoy, solo

Todos parecen saber a dónde ir

Yo no

¿Vienen o voy?

Huyo de mi

No quiero ser yo

Quiero vivir otra vida

La muerte, es el espejo de mi vida

Mi resignación ¿una virtud?

La adversidad, me conmueve

No soy condenado

Soy parte del cosmos

Mis zapatos

 

Se acaba es spray. Intenta una vez más, solo un poco más del pssssst… Una última mancha. Agita, psssssst… Nada. Agita más, pssssst… Nada.

 

Nada, nada más yo.

Toma otro aerosol.

OSCURO.

 

Interludio 1

Queda el sonido del aerosol con procesos electrónicos.

 

 

VIDA DOS – Ueuetsin / Viejito (huehueche).

Se escucha el soplo de la vida. Un viejito está dormido, despierta súbitamente al llegar el silencio tras el sonido del soplo.

 

UEUETSIN: Respira profundamente aliviado, tras observar a su alrededor un lugar seguro. Me descubro solo. Las manos le pican y en la ventana el sol se apaga poco a poco y el ardor crece. Intenso, punzante. El trabajo no espera. Comienza a deshojar el maíz.

 

Si desaparezco del presente

Y

Habíto en el pasado

No hay duda

Que terminaré siendo

Real

¿real?

Si desaparezco

si huyo y decido no quedarme aquí,

o si alguien más decide por mí,

o si la muerte se enamora de mi

y me roba de ella,

exijo raptar de mi cuerpo mi alma,

que ella no solo sea de Dios,

que en un pedazo sea mía,

que Él no sea la única opción

ante su eterna indiferencia

Dios

si no te consumo

¡tu no me consumas a mi!

Percibo lo secreto, lo oculto:

Lo percibo.

Así somos, somos mortales,

Yo soy,

carne y huesos,

hermoso y oscuro,

monstruoso e iluminado.

La vida, una posibibilidad de chingar o de ser chingado

La muerte, un espejo de la vida

Pierdo mi nombre, pierdo mi sombra, mi nombre es mi sombra.

Todo es presencia.

Ueuetsin Muere

 

Intermedio 2

Sonidos de granos de maíz procesados electrónicamente

 

VIDA TRES – Okichtli / Hombre (varón).

Comienza a llover. Dos en la habitación que se aman.

 

(Hablado modulado)

La piel se acaricia, el aliento se contrae.

 Respiro el olor (jadeo).

Mis manos te palpan como si después de tocarte fueras a desaparecer.

Te abrazo como queriendo fundirte a mí.

Recorro montañas y el río bebo de ti,

sediento. Te bebo.

El sonido de la lluvia crece

Nos acercamos al final. (Un espasmo)

Más fuerte, entre ( jadeos)

Ella y yo.

(Cantado)

Te fuiste, pensé que no regresarías.

(Hablado modulado)

Fundidos… Un solo grito.

 

(Cantado)

Volviste.

Inmovil. SILENCIO. YA NO LLUEVE.

Abre los ojos.

 

No estás.

¿Dónde estás?

¿Por qué no vuelves?

Busca y sólo encuentra los restos de tequila.

Al soñar abrazamos fantasmas

Buscaré la luz de tus ojos

No eres palpable, ni visible, ni audible

(Hablado modulado):

Tequila barato.

 

(Cantado):

Fusión de ver y creer

Al soñar abrazamos fantasmas

¿quién eres?

Toma una cerveza basía, un cigarro forjado ya consumido. Los tira.

Comezón en su rostro

Desesperación.

 

 

 

(Cantado):

¿Por qué no vuelves? ¿Dónde estás?

Toma lo que queda de tequila.

 No vuelves, más lejos

Un gato

Toma un libro, comienza a deshojarlo, poco a poco, cada ves más rapido

* ritmo del desojar el libro, sonidos electrónicos con ésta gestualidad.

La luna brilla a sus espaldas, se cuela a la habitación iluminando una fotografía junto a sus libros. La observa. La avienta contra el piso.

 

Al soñar abrazamos fantasmas

Te maldigo

¿Dónde estás? ¿Por qué no vuelves?

¿Dónde estás? ¿por qué? me ciega

habrémos de morir, ¿por que?

¿quién eres? ¿qué significa?

Te fuiste ¿despertaré?

¿Si desaparesco?

Un gato ¿por qué?

Fantasmas ¿cómo estás?

Me ciega ¿despertaré?

¿Por qué no vuelves? ¿Por qué no vuelves?

¿qué significa? ¿Por qué no vuelves?

¿de donde viene? ¿qué significa?

¿Por qué no vuelves? ¿Por qué no vuelves? ¿Por qué no vuelves?

qué no vuelves, qué no vuelves, qué no vuelves

¿no vuelves? ¿no vuelves? ¿no vuelves?

Vuelves, vuelves,

ves-ves-ves-ves-ves

es – es – es – es

s – s – s – s

mis palabras regadas

VIDA CUATRO – Pitentzin / Mi niñito.

Silencio. Se escucha un relámpago y se desata una tormenta. Una figura emerge de la oscuridad, iluminada por las luces de la tormenta. Okichpiltsintli: Joven, apenas hombre. Temeroso. Observa con asombro y cautela la tormenta en el cielo. Tormenta envolvente, inquieta. De pronto ese núcleo de luz y estruendos avanza hacia la temerosa silueta. La tormenta frente a él. Asombro. Las nubes y relámpagos parecieran iniciar un proceso de parto. Un estruendo… otro… y avanza. Un destello cegador. Los ojos se cierran. La mirada se recupera y admira frente a sí, como la tormenta ha construido una muralla impalpable, transparente. La infinita riqueza del mundo al otro lado. Un instante. Suspenso. Otro estruendo más… creciendo en fuerza y esplendor, la muralla colapsa sobre la inmóvil silueta.

 

Se escucha una grabación de vida uno:

¿dónde estás?

tu cuna, mi cuna

Me voy, escapo

Aquí estoy, solo

Se escucha una grabación de vida dos:

La vida, una posibibilidad de chingar o de ser chingado

La muerte, un espejo de la vida

Pierdo mi nombre, pierdo mi sombra, mi nombre es mi sombra.

Se escucha una grabación de vida tres:

No estás.

¿Dónde estás?

¿Por qué no vuelves?

Se juntan los tres textos de las vidas uno, dos y tres.

 

Se escucha Canción de cuna completa.

Macochi pitentzin
Manocoxteca pitelontzin
Macochi cochi noxocoyotl.

Manocoxteca noxocoyotzin
Manocoxteca nopitelontzin
Macochi cochi pitentzin

Manocoxteca pitelontzin
Manocoxteca noxocoyotzin
Macochi cochi pitelontzin

Duerme mi niño,
No despierte mi pequeñito,
Mi niño, niño, mi niñito.

No despierte mi pequeñito,
No despierte del dulce sueño,
Mi niño, niño, mi dueñito.

No despierte mi pequeñito,
Que no despierte mi dulce dueño,
Mi niño, niño, mi sueñito.

Pitentzin:

¿Quen ancateh? ¿Tlenon namechpanoc?

Cual-li cah, neh namechpalehuiz

namechtlacoliliz nin xochitzintli itoca:

Acocoxochitl. Xiecmalhuican

Nin Xochitzintli namechmacaz tlen anmotech monequi.

¿Cómo sucedió esto? ¿Qué les pasó?

Está bien; los voy a ayudar

Les voy a regalar esta flor que se llama dalia. Cuídenla bien

La flor les va a dar

todo lo que necesiten

Ahmo xichocacan. Tla nancnequih; inic ahmo nanchocazqueh, neh namechcuepaz nantototzitzin.

(Ya no lloren. Si quieren, los puedo convertir en pajaritos para que ya no lloren.)

Quema, tototzitzin ihcon anpatlantimemizqueh huan nenpactinemizqueh huan ahco queman nanchocatinemizqueh.

(Sí, en pajaritos. Así van a andar volando felices y ya nunca van a andar llorando.)

Huan yenon axan yahtinemi non tototzintli itoca Mimincueo. Yenon, umpa yahtinemih huan axan yahtinemih, mocuicatitinemi, huan ahcoqueman chocatinemih; nenpactinemiah. Nican tlami nin tlapuil

(Por eso ahora andan volando y son esos pajaritos llamados Mimincueo. Andan volando felices, cantando; ya no lloran. Aquí termina el cuento)

 

Se coloca en posición fetal, lentamente. Cierra los ojos. Respira profundamente. Exhala. Se escucha de nuevo lo lejos, Dies irie (canto gregoriano)

Silencio y oscuro.

 

Final

Soñando que sueño

Sueño un sueño

Soñando que sueño

Despertaré pronto

Despertar, es tiempo

¿Tiempo?

REFERENCE

COMUNICATO DELLA PRESENTAZIONE

una produzione
Cluster – Puccini Chamber Opera Festival – Teatro del Giglio (Lucca)
(p) © 2020 EMA Vinci L&C

PLAN B – Girolamo Deraco – V

Minimodramma ludico per soprano, clarinetto e pianoforte

Musica Girolamo Deraco
Libretto Vincenzo Reale
Regia Cataldo Russo

Etymos Ensemble
Sonia Ciani
 soprano
Emanuele Gaggini clarinetto
Stefano Teani pianoforte

Perché “Plan B”?

Esiste sempre un’alternativa, si dice, fatta eccezione per la morte (forse).

In certi casi però l’ alternativa è destino, quando esistenza e sopravvivenza diventano realtà rare.

Minate da pestilenze esistenziali e impervie difficoltà a realizzarsi nel proprio ambiente, le comunità degli artisti – come quelle delle api – sono oramai accerchiate, costrette all’esilio, minacciate dall’esistinzione ed indotte alla difesa obbligatoria della propria natura e funzione: essenziale  per alcuni, superflua per altri. Come il miele.

L’arte è il miele della comunicazione. E non omettiamo il riconoscimento del ruolo dell’artista che esaurendosi porterebbe – probabilmente – alla definitiva disumanizzazione della residua dimensione sensibile e sensoriale, così come la scomparsa delle api produrrebbe un gravissimo danno biologico di mancata riproduzione delle specie vegetali.

Il “piano alternativo” – o meglio detto, il “piano delle api” (Plan bee) – continua ad affermare, con tono ironico e dolce-amaro, la necessità del superfluo come un’unica alternativa di vitalismo operoso alla disfatta muta della morte. di Debora Pioli

PLAN B
di Vincenzo Reale

Sinossi

Un insegnate privato sta aspettando una studentessa. Mentre suona il piano qualcuno (soprano) bussa alla porta imitando l’incipit della V sinfonia di Beethoven. L’insegnante, però, non apprezza il gesto: è un appassionato sostenitore dell’opera. L’attrito tra i due continua durante gli esercizi, quando la studentessa vorrebbe fare dei vocalizzi invece della “ginnastica” proposta dall’insegnante. Questi, non contento del comportamento della studentessa, comincia a pensare che non sia all’altezza delle sue pretese e medita un modo per mandarla via. Nel silenzio, mentre l’insegnante escogita un piano, la studentessa comincia a cantare “l’Aria delle api” ed egli rimane inaspettatamente colpito dalla sua voce, così va al pianoforte e suona con lei. Nel mentre compaiono da dietro le quinte un’ape trombettista e un’ape voltapagina e insieme terminano l’aria. Nel finale la studentessa vola via con l’ape trombettista e l’insegnate, inizialmente incredulo, la segue volando assieme all’altra ape.

NOTE

Voci, personaggi e orchestrazione

– Studente [S] – (Il soprano dovrà esser vestito interamente di giallo con qualche striscia nera e con i capelli rossi);

– Prima ape [B] – (La tromba esce fuori dalle quinte quando “L’Aria delle api” comincia. Il trombettista dovrà indossare un buffo costume da ape. Anche la tromba dovrà avere delle ali da ape);

– Seconda ape [B2] – voltapagina (Il voltapagina esce fuori dalle quinte quando il pianista comincia a suonare “L’Aria delle api”. Anche il voltapagina dovrà indossare un costume da ape. Il voltapagina dovrà “volare” intorno al pianista muovendo le braccia come se fossero delle ali);

– Insegnante [I] – pianobuzzer (Il pianista dovrà vestirsi casual. Il pianista suonerà anche il buzzer posto alla destra della tastiera del pianoforte dopo le note alte. Il suono del buzzer dovrà essere simile al rumore prodotto dalle api).

LIBRETTO

È il momento di provare. Un insegnante, a casa, sta suonando l’ouverture di un’opera in attesa di una studentessa per la lezione. Dopo qualche minuto qualcuno bussa alla porta.

S (bussa alla porta imitando la V sinfonia di Beethoven e cantandone le note): “…za za za zaa!”

I (guardando incredulo il pubblico): “…il destino che bussa alla porta, direbbe Beethoven”.

Qualche secondo dopo di nuovo…

S (di nuovo): “…za za za zaa!

Ancora I è incredulo, ma in risposta suona il seguito della V sinfonia di Beethoven al piano. Di nuovo alla porta è la stessa tiritera. Presto I si stanca ed emette un grido…

I (urlando): “Questa non è un’opera! È una sinfonia!!! A casa mia suono solo l’opera!!! È chiaro?!

Silenzio

I (urlando): “Entra…”La porta si apre lentamente e dopo qualche secondo appare la studentessa…

S (impaurita): “Mi dispiace tanto… pensavo fosse divertente…

I (a metà tra lo stizzito e il divertito): “Stai scherzando?! …hai pensato? Tu pensi? Non ho mai visto un cantante che pensa… (forte) Mi chiedevo… mi chiedevo se i cantanti avessero qualcosa nella loro mente vacua! E tu… (guardando il cielo) sei la risposta…”

S (impaurita): A volte sento qualcosa nella testa… attraverso la musica sento delle vibrazioni, credo…”

I suona il buzzer (beep) e interrompe il cantante…

I (serio): “Taci!!! …per otto secondi, per favore!!

S fa silenzio per otto secondi

 I (serio, gesticolando con enfasi ed eccitazione): “Hai sentito qualcosa?”

S (impaurita, guardando in aria): “…mmm no, non ancora…”

I (molto serio): “Questo è il motivo per cui sei una cantante…”

S guarda I senza comprenderlo…

 I (serio): “Ok, prima proviamo a fare qualche esercizio vocale e poi canteremo qualche aria. (Scherzando) Quale aria  conosce il tuo brillante cervello?”

S (raggiante e veloce): “… “l’Aria delle api” di Jerome Drack su una poesia di Norman Rowland Gale, scritto nel…”

I (serio, interrompendo la cantante): “Cosa? Sei sicura? Un’aria così difficile?”

S (impaurita ed esitante): “Be’, si…”

I (incredulo): “Mio Dio… non posso crederci…”

Silenzio.

I (serio): “Mmm, ok… facciamo qualche esercizio…”

S comincia a vocalizzare ma I suona il buzzer (beep) interrompendola…

I: “No, no, no! Ho detto esercizi… non vocalizzi, chiaro?”

S rimane impassibile…

I: “Ok. Primo esercizio: muovi braccia e gambe e saltella al ritmo della musica”

S (stupita): “…ma…”

I suona il buzzer (beep) interrompendo la cantante…

I: “Shh…forza, con me: uno, due, tre, quattro…”

I suona il piano mentre la cantante fa l’esercizio…

I (mentre suona): “Ok, va bene! Ora veloce…

I suona più velocemente e la cantante continua l’esercizio 

I (mentre suona): “Puoi fare di meglio… andiamo, più veloce…

I suona ancora più veloce e la cantante lo segue, ma con qualche difficoltà… (muovendo le braccia come le ali di un’ape)

S (ansimante): “…ma… io non ho mai saputo dell’esistenza di questo esercizio…

I suona il buzzer (beep) interrompendo la cantante e anche se stesso.

I: “Taci!!! Io sono l’insegnante e tu lo studente… chi insegna qui

S (intimorita): “…lei…”

I (soddisfatto): “E ciò significa che conosco il mio lavoro, no?!”

S: “…certo”.

I: “Avanti, prossimo esercizio…”

S (incredula): “Un altro? Ma io sono qui per cantare, non per fare ginnastica…”

I suona il buzzer (beep)

I: “Shh!!! Fammi fare il mio lavoro! Adesso, mentre io suono, tu corri intorno al piano… uno, due, tre, quattro…”

I suona il piano mentre la cantante comincia a correre intorno al pianoforte…

 

I (mentre suona): “Ok! Veloce…”

I suona più veloce e la cantante corre più veloce…

 

I (mentre suona): “Di più…”

I suona più veloce e la cantante va così spedita che inciampa e cade per terra dietro il pianoforte.

I guarda la cantante…

I (soddisfatto): “Ok, ora sei pronta, ma prima di cantare “l’Aria delle api” devi fare qualche vocalizzo. Allora, ripeti questa nota…”

S si rialza abbozzando un sorriso, poi assume la “posizione della cantante lirica”(una posizione bizzarra e singolare). I suona la prima nota e, mentre S assume la “posizione”, suona il buzzer (beep).

I (incredulo): “Cosa stai facendo?”

S (serio): “Sto… sto assumendo la “posizione della cantante lirica”…”

I (urlando): “Cosa?! Così sembra che tu debba andare urgentemente in bagno. Per favore, sii naturale e canta rilassata senza strane idee sulla posizione… (un po’ frustrato, parlando tra sé e sé)… la “posizione della cantante lirica”… mai sentita in tutta la mia vita… sono senza parole”.

S assume una posizione naturale in attesa di I.

 

I: “Ok, ripeti questa nota…”

S ripete la nota.

 

I: “Ancora… (subito dopo) e ora ripeti questa scala…”

S ripete la scala.

 

I: “Finalmente sento un po’ di musica… adesso ascolta l’arpeggio… e ripeti seguendo me.”

S ripete l’arpeggio.

 

I: “Ok, bene! Ora staccato”.

S ripete l’arpeggio, ma quelli seguenti sono molto difficili. S prova a seguire la musica, ma fa molti errori e I suona il buzzer (beep) interrompendola.

I (quasi calmo): “Sbagliato… per favore, segui me… ogni cosa, senza errori… fai esattamente quello che faccio io, ok?

 

S annuisce e I suona di nuovo. La musica è sempre difficile e S continua a fare molti errori. I suona il buzzer (beep) e S ripete il suono del buzzer…

 

S (seriosa): “Beep!”

I (mentre suona): “Segui me…”

S (ripetendo le parole di I e tentando di seguire la musica allo stesso tempo): “Segui me…”

I continua a suonare il pianoforte, ma qualcosa dentro di lui sta per esplodere e, errore dopo errore, la sua pazienza raggiunge il limite.

I suona il buzzer (beep) e S ripete il suono del buzzer…

 

S (ripetendo): “Beep!”

I (mentre suona): “Mi stai prendendo in giro?” Poi suona di nuovo il buzzer (beep).

S (ripetendo): “Mi stai prendendo in giro? Beep!”

I (mentre suona): “Non suonare con me!” Suonando il buzzer tre volte (beep, beep, beep).

S (ripetendo): “ Non suonare con me! Beep! Beep! Beep!”

I smette di suonare il pianoforte e suona un lungo “beep”, ma quando il buzzer cessa di suonare…

 

S (ripetendo a voce bassa, intimorita): “Beep…”

Silenzio. I due si guardano negli occhi…

 

I (serissimo): “Mi stai prendendo in giro?”

Silenzio.

 

S (avvilita, quasi piangendo): “Lei mi ha detto: “fai esattamente quello che faccio io… ogni cosa, senza errori”. E io l’ho fatto!”

I (sconvolto): “Non posso crederci (suona il buzzer e parla tra sé e sé) …sì, sono sveglio. (squadra la cantante) …non ho mai incontrato nessuno come te…”

Silenzio. I è incredulo…

 

S (mugugnando): “Mi dia un’altra possibilità… mi faccia cantare “l’Aria delle api”!”

I (inviperito): Non sai fare un cazzo di vocalizzo e mi chiedi di cantare “l’Aria delle api”?”

S (impaurita): “Sissignore…”

Silenzio. I, inquieto, comincia a camminare per la stanza e pensa a come potersi sbarazzare della cantante.  Al piano, vicino alle note basse, preme l’ultimo “Si”. Pochi secondi dopo la cantante comincia a cantare da sola “l’Aria delle api”. Dietro le quinte B (tromba con sordina) risponde alla cantante…

 

S (imitando un’ape): “Bee…”

B risponde alla cantante. Poi silenzio.

 

S (canta):

“You voluble,

Velvety

Vehement fellows

That play on your

Flying and

Musical cellos,

All goldenly

Girdled you

Serenade clover,

Each artist in

Bass but a

Bibulous rover!”

Inizialmente I non presta attenzione alla cantante che, passo passo, trova il coraggio di cantare.

Poco dopo B esce gradualmente dalle quinte suonando con S. I, incredulo, coglie qualcosa nella voce della cantante e lentamente va al piano e suona il buzzer (beep) interrompendo S.

 

I (scioccato): “Stop, stop, stop! Non posso crederci, stai cantando così bene… ricominciamo!”

Da dietro le quinte appare la seconda ape (B2) che “vola” vicino al pianista muovendo le braccia come fossero ali di un’ape per voltare le pagine.

Suonano tutti insieme.

 

S (canta):

“You voluble,

Velvety

Vehement fellows

That play on your

Flying and

Musical cellos,

All goldenly

Girdled you

Serenade clover,

Each artist in

Bass but a

Bibulous rover!

You passionate,

Powdery

Pastoral bandits,

Who gave you your

Roaming and

Rollicking mandates?

Come out of my

Foxglove; come

Out of my roses

You bees with the

Plushy and

Plausible noses!”

Alla fine dell’aria I, euforico, si alza in piedi e inizia ad applaudire.

 

I (guardando la cantante e B): “Brava! Bravi!!! (guardando il pubblico) Oggi ho imparato una lezione… mai tentare di parlare con i cantanti… lasciali soltanto cantare! e suona il buzzer (beep).

Nello stesso momento del buzzer (beep), S salta in groppa al trombettista e vola via dal palco (mentre B suona il motivetto dell’ape). I, a bocca aperta dopo aver assistito alla scena, per un attimo rimane immobile… finché, ripresosi, salta in groppa a B2 e anche lui vola via!

Produttori dell’Opera
CLUSTER – PUCCINI CHAMBER OPERA FESTIVAL – TEATRO DEL GIGLIO (Lucca)

© 2020 EMA Vinci – L&C


PRESENTAZIONE

INTERMEZZO

Arlecchino e Colombina presto sposi – Aldo Tarabella – V

Musica e regia di Aldo Tarabella
libretto di Pierfrancesco Poggi
la composizione è dedicata a Valerio Valoriani
soprano Maria Elena Romanazzi
chitarra Giacomo Brunini


Prologo

Come luogo dell’amore
C’è chi stima i prati in fiore
Chi una camera da letto
Col viola sul soffitto
E poi c’è chi invece spera
D’estasiarsi in mongolfiera
Su una vetta di montagna
O sul mare di Bretagn
Sotto i cieli di Parigi
Sulle sponde del Tamigi
In un’opera di Gluck
Dentro l’Ade a far zuk zuk
O su un ponte, là è perfetto
Del pittore Canaletto
Nella reggia più vicina
Ma non sa che la cucina…
Ma non sa che la cucina…
È la culla dell’amor.

 

Colombina:

Arlecchino!

 Arlecchino:

Colombina

 

Colombina e Arlecchino insieme:

Pochi san che la cucina

È la culla dell’amor!

 

Colombina:

(A PARTE) Ecco già mi batte il cuor

 

Arlecchino:

(A PARTE) E io sento un buon odor…

 

Colombina:

(TRA SE’) Sento i passi di Arlecchino.

 

Arlecchino:

(TRA SE’) Io invece un profumino.

 

Colombina:

(AD ARLECCHINO) Arrivasti così presto?

 

Arlecchino:

(A COLOMBINA) Dentro il forno c’è un arrosto?

 

Colombina:

E i servizi al tuo padrone?

 

Arlecchino:

Sono in pausa colazione.

 

Colombina:

Sei un pigron, datti da fare

Se vuoi un poco guadagnare

Per poterti maritare

E portarmi sull’altare

Un bel giorno a San Moisè!

Or che sei venuto a fare?

E che vuoi tosto da me?

 

Arlecchino:

Son venuto ad aiutare.

 

Colombina:

Bravo c’è tanto da fare.

 

Arlecchino:

C’è qualcosa da assaggiare?

Son maestro assaggiatore…

 

Colombina:

Qua ci vuole un tuttofare.

Non chi ha voglia di mangiare.

C’è la legna da portare

L’immondizia da gettare

Pentoloni da sgrassare

E lo straccio da passare…

E tu invece che vuoi far?

 

Arlecchino:

Assaggiar, devo assaggiar

Le vivande del padrone

Se son triste o se son buone…

È un dovere di Arlecchino

Preservargli l’intestino.

 

Colombina:

Credi che in quel che cucino

Io ci metta del veleno?

 

Arlecchino:

Assaggiando capirò

Se son buone sì o no.

 

Colombina:

Lascia stare quel tacchino!

 

Arlecchino:

Basta solo un pezzettino.

 

Colombina:

Allor non sei qui per me?

 

Arlecchino:

Sì per te e il tuo cagnolino.

 

Colombina:

Cagnolini non ce n’è.

 

Arlecchino:

Mi accontento del tacchino.

 

Colombina:

Vo’ parlar di cose serie.

 

Arlecchino:

Io per quelle sono in ferie.

 

Colombina:

E pensar che ti ho sognato:

Con la giacca di broccato

Il farsetto ricamato

La camicia, la fusciacca

Il codino e la parrucca

Il tricorno sulla zucca

Sulle gote due chignon

Il colletto coi pon pon

Ed il trucco ton sur ton

Poi il bastone nella mano…

 

Arlecchino:

Ma sognasti me o un divano?

 

Colombina:

E io allor che disgraziata,

Non son stata mai sognata?

 

Arlecchino:

Chi l’ha detto? Anch’io sognai

Di te spesso, altro che mai!

 

Colombina:

Che emozione mio Arlecchino.

Su racconta, stò vicino….

 

Arlecchino:

Il tuo capello cotonato

Era zucchero filato

Gli occhi neri cioccolato

E le guance panpepato.

Il nasino un ricciarello

Labbra un piccolo tarallo

E i tuoi seni Colombina

Due babà con ciliegina…

E il pancino un savarin.

E poi cosce, gambe e piedi

Starne e tordi sugli spiedi

E il sedere due pagnotte

Bianche, morbide e ben cotte.

 

Colombina:

Che visione ahimè tremenda

Mi scambiasti per merenda…

È l’amor per me divino!

 

Arlecchino:

Bramo averne un bicchierino.

 

Colombina:

Or va via che sono offesa.

 

Arlecchino:

Sì che deggio far la spesa.

Ma io penso a buon bisogno,

Non siam fatti per il sogno

Ma pel viver quotidiano

E io chiedo la tua mano.

 

Colombina:

Solo se non vuoi mangiarla.

 

Arlecchino:

Voglio solo accarezzarla

E sperare questo sì

Di sposarti giovedì.

 

Colombina:

Son felice e dico sì.

Giovedì è giorno amoroso?

 

Arlecchino:

No, è il mio giorno di riposo,

E per tutti gli Arlecchini

Turchi, Mori o Filippini.

 

Colombina:

Io per sempre ti amerò.

 

Arlecchino:

Giovedì ti sposerò.

 

Prologo:

E così la storia andò.

 

                                         

                                   Fine

 

PRESENTAZIONE

VIDEO

una produzione
Cluster – Puccini Chamber Opera Festival – Teatro del Giglio (Lucca)
(p) © 2020 EMA Vinci L&C

TWO BEATS OR NOT TWO BEATS – Marco Simoni

Psico-opera da camera per soprano, clarinetto e pianoforte
 
Una donna si presenta dal medico per una visita.
Il medico non è in scena e non risponde (un po’ la tecnica usata in “la voix humaine”). I “disturbi” della donna, però, più che sintomi veri e propri, sono evoluzioni di continui stati d’animo contrastanti, che ondeggiano tra impulsi emotivi e riflessioni esistenziali sulla falsa riga del monologo di Amleto. Sullo sfondo, le tavole del libro “Trattato di anatomia emozionale”, esposte nell’immaginario ambulatorio, visualizzano gli ondeggiamenti onirici della nostra protagonista. Dopo tante immagini fantastiche, un’ultima immagine vera: l’ecografia che mostra l’immagine del bambino che la donna porta in grembo: la gioia che conclude la pièce è un inno alla vita nascente.
 

4 Maggio 2019 TEATRO DI SAN GIROLAMO – LUCCA

Libretto e musica di Marco Simoni
Immagini prese da “Trattato di anatomia emozionale”
di Virginia Caldarella e Andrea Pennisi
Barbara Luccini, soprano
Etymos Ensemble
Emanuele Gaggini, clarinetto
Stefano Teani, pianoforte
Cataldo Russo, regia

Produzione dell’Opera
Cluster, Puccini Chamber Opera Festival, Teatro Del Giglio (Lucca)

© 2020 EMA Vinci records

PRESENTAZIONE
OPERA
Streaming

LIBRETTO

(parti solo recitate senza intonazione tra parentesi)

RECITATIVO

Buongiorno, dottore, sono ancora io

sono tornata perché, in questi giorni, sono aumentati..

sì, quei disturbi che Le dicevo,

mi danno da pensare…

Pensare o non pensare,

(questo è il problema !)

volere o non volere,

volare, oh…

Ho la testa fra le nuvole, e un nodo nella gola

il cuore non controllo, il fiato viene e va.

Ho una spina nel fianco

(la vede? proprio qui)

Ahi, che mal di stomaco,

(mi sento la nausea…)

sarà perché ieri ho ingoiato un rospo bello grosso?

A volte a chi mi chiede il nome, io non so rispondere

mi guardo nello specchio: davvero sono io?

Mi sembra a volte di capire

che passa solo un soffio tra il vivere e il morire.

Morire, dormire, forse sognare.

ARIA

La notte passata ho sognato i miei primi anni di scuola,

i miei compagni di quando ero bambina.

Ricordo tanti giorni,

quand’ero piccolina,

mio babbo sorrideva

gli amici della scuola

il sole sulla pelle

le carezze di mia madre

il pullman delle gite

le aule, la lavagna

l’ odore dei banchi

le corse nel cortile.

E penso al tempo andato,

che non ritorna più.

I volti si fan vaghi,

sbiadiscono nell’ombra.

RECITATIVO

Che orrore vedere gli scherni del tempo,

il torto dell’oppressore,

l’amore disprezzato,

la derisione che il buono riceve dall’indegno.

(ed ora cosa sento?)

Ecco, un carillon..

ah…mi sembra di sentire l’aria della primavera

(sa, Dottore, sento i profumi dei fiori)

sento – acutissimi – tutti i profumi, tutti i sapori.

(Ah, che delizia !)

Vorrei partire, vedere il mare, andare lontano.

(Ah no, che disgusto !)

Sì, Dottore, sento anche i miasmi cattivi

Il fetore della malvagità

gli sguardi abbietti

e la mia risolutezza

si dissolve con questi pensieri…

Sento battere alla porta, amore mio sei tu?

(Entra pure, ti aspettavo…)

O eri tu che mi aspettavi?

Sì, apri le ante

Sono io che busso

ARIA

Two beats, two beats,

two beats or not two beats

Son io che busso

la porta è chiusa, sai?

Son qui, fa freddo,

il buio arriva già.

Two beats, two beats,

two beats or not two beats

Two beats, two beats,

two beats or not two beats

Son qui a bussar

il cuore mi aprirai?

Se sto con te,

la notte passerà.

Two beats, two beats,

two beats or not two beats

RECITATIVO

Dottore, ora mi sento meglio

Sento le farfalle svolazzare nello stomaco

(Il rospo che ho ingoiato dev’essere andato via)

Mi sento leggera leggera…se alzo un dito tocco il cielo.

Basta allungare la mano per afferrare la luna

ARIA

Qui dentro di me il cuore canta

e la speranza fiorisce ancora

Il sole caldo la nebbia scioglie

e verso il mare io volerò

e fino al cielo io salirò

ma vedo ombre dietro di me

la mano trema, tu sai perché

rimorsi, rimpianti, angosce, paure

mi fiaccano il pensiero

e il passo va esitando

RECITATIVO

Ma che dice, Dottore,

ne è proprio sicuro?

Sette settimane?

Piccolo mio

è il tuo cuore che batte

alla mia porta

Oh mio Dio !

E’ un miracolo !

Il tuo cuore che batte!

La tua vita!

ARIA

Two beats, two beats,

two beats or not two beats

Il cuore sento

tu mi risponderai.

Sei qui, in me,

la vita tua è già qui.

Two beats, two beats,

two beats or not two beats

Two beats, two beats,

two beats or not two beats

Son qui a bussar

il cuore mi aprirai?

Sei qui, in me,

la vita tua è già qui.

Two beats, two beats,

two beats or not two beats

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