Études

Études

Jacopo Petrucci pianoforte

Désordre

Cordes à vide

Touches bloquées

Fanfares

Arc-en-ciel

Automne à Varsovie

“Ligeti was extreme, his compositions are extreme, and we have to be extreme.” — Pierre-Laurent Aimard

Cosa significa oggi confrontarsi con gli Études di György Ligeti?

Se da un lato queste opere sono entrate stabilmente nel repertorio come banco di prova estremo per il pianista, dall’altro rappresentano uno dei più radicali laboratori compositivi del secondo Novecento. La loro complessità non è mai fine a sé stessa: è il risultato di un processo rigoroso attraverso il quale Ligeti indaga una questione fondamentale — come far emergere sistemi altamente articolati a partire da principi semplici, quasi elementari.

Il primo libro degli Études, pubblicato nel 1985, si colloca in un momento cruciale della ricerca del compositore, segnato dall’incontro con i poliritmi africani, le strutture frattali, la matematica dei sistemi complessi e le illusioni percettive. Ogni studio è costruito come un esperimento: un’idea chiara, definita, che viene sottoposta a una tensione crescente fino a generare esiti imprevedibili, spesso al limite della percezione.

Désordre apre il ciclo con un gesto emblematico: la separazione delle mani non solo sul piano timbrico (tasti bianchi e neri), ma anche su quello temporale. Il progressivo sfasamento metrico produce una tessitura instabile, in cui l’ordine è continuamente messo in crisi e ridefinito, evocando dinamiche proprie dei poliritmi africani ma anche fenomeni di auto-organizzazione.

In Cordes à vide, il materiale si rarefà: la centralità dell’intervallo di quinta giusta richiama le corde vuote degli strumenti ad arco, generando un campo armonico statico ma vibrante, dove la risonanza diventa elemento strutturale e non semplice effetto.

Touches bloquées introduce un dispositivo tanto semplice quanto rivoluzionario: tasti premuti senza suono. Questa “assenza attiva” altera la continuità del discorso musicale, frammentando il flusso delle scale cromatiche e trasformando una regolarità apparente in un sistema imprevedibile, quasi meccanico.

Con Fanfares, Ligeti gioca con la memoria stilistica: un ostinato ritmico implacabile funge da base per una costruzione di accenti mobili che destabilizzano costantemente la percezione della pulsazione. La scrittura, pur evocando il linguaggio jazzistico, lo deforma fino a renderlo un oggetto astratto, ironico e insieme strutturalmente rigoroso.

Arc-en-ciel rappresenta il momento di sospensione lirica del ciclo. Qui il tempo si dilata, il gesto si fa più cantabile, e la complessità si sposta dal piano motorio a quello timbrico. Il riferimento all’atmosfera di Le Grand Macabre è evidente: una malinconia trattenuta, costruita su minime variazioni di colore e su una sensibilità estrema per la qualità del suono.

Il ciclo si conclude con Automne à Varsovie, uno degli studi più imponenti dell’intera produzione ligetiana. Definito dallo stesso compositore come una “fuga applicata al ritmo”, il brano moltiplica le linee fino a creare una trama densissima, in cui ogni elemento contribuisce a una sensazione di accelerazione inesorabile. Il risultato è una forma che sembra sfuggire al controllo, pur essendo governata da una logica interna ferrea.

Dal punto di vista interpretativo, affrontare questi studi significa trovare un equilibrio delicatissimo: rendere percepibile la complessità senza semplificarla, mantenere la chiarezza del gesto in presenza di una scrittura stratificata, gestire con precisione millimetrica i piani sonori e la stabilità ritmica. Il lavoro di Jacopo Petrucci si sviluppa precisamente in questa direzione: non una riduzione della complessità, ma una sua messa in luce, attraverso un controllo consapevole del suono e della forma.

Questo progetto discografico nasce quindi come un’indagine approfondita su un repertorio che continua a interrogare interpreti e ascoltatori. Gli Études possono essere ascoltati a diversi livelli: come pura superficie sonora, come intreccio di processi indipendenti, oppure come architetture formali in evoluzione. Non esiste un unico punto di accesso privilegiato; è nella sovrapposizione di questi piani che la musica rivela la propria natura.

L’invito è a percorrere l’intero ciclo, cogliendone tanto le differenze quanto le relazioni profonde che lo attraversano: un viaggio in cui virtuosismo, pensiero compositivo e percezione si fondono, ridefinendo il ruolo stesso dello studio pianistico nel nostro tempo.

© 2026 EMA Vinci 70391

🛒 Acquista/Ascolta su EMA Store