Cosimo Carovani – SUITE IV “micro Suite” per violoncello solo

Nella Suite IV, ovvero “micro Suite”, Cosimo Carovani porta a sintesi estrema uno studio sul rapporto fra antico e contemporaneo già avviato con le Suites precedenti. Siamo oltre il postmoderno, perché in Carovani la parodia dell’antico solo talvolta acquisisce un senso di deformata decostruzione: il più delle volte, l’antico viene citato in maniera affettuosa, non per sbeffeggiare la Storia, ma per ritrovarla in una nuova autenticità dei giorni nostri. È il caso del Praeludium che apre la Suite, con un chiaro omaggio alle Suites di Bach e alle loro immaginifiche polifonie, alle quali si sovrappone però un’allure folk, di canto popolare dalle risonanze nordiche: l’armamentario antico e contemporaneo (suoni armonici) genera un raffinato gioco, privo di seriosità ma anche di esagerazioni grottesche. Di maggior pomposità, la Tedesca in 4 (o in 3, come recita la partitura) ha la gravità di un dipinto medievale tedesco: la severità melancolica delle parti “con arco” si stempera però negli accordi pizzicati arpeggiati, quasi a richiamare l’elemento organico, umano, ricordato dall’autore anche nell’indicazione “parlando, diseguale”.
Cuore della Suite è la Sarabanda, aperta da un tremolo ppp lento e mesto che sembra evocare, quasi bruitista, un mondo prenatale: prima della parola, forma-in-formazione, la musica esprime, quasi à la Marin Marais, quelli che Pascal Quignard definitebbe “i pianti e i rimpianti”: un universo in cui è l’inespribimibile a manifestarsi. Potremmo immaginarci un suonatore di ghironda o di organetto, che con poche note cerca di comunicarci la sua incrollabile fede nel dàimon musicale. Fa da contrasto l’elettrica Corrente, un improvviso in cui il senso dello “scorrere” tipico di questa danza è espresso non attraverso la fluidità (le pause sono cruciali!) ma tramite rapidi jété. Sia nella Corrente, sia nelle Gavotte, la componente gestuale sembra esprimere una galleria di caratteri, come nella commedia dell’arte: dinamiche, colori, articolazioni, spesso in contrasto estremo, non sono mai puramente astratte, ma sempre legate a una narratività umana: una sequenza di pizzicati può evocare dei passi buffi (Gavotte II), quasi come all’apparire di un nuovo personaggio in un cortometraggio. La Gigue, inusualmente aperta da una sequenza di armonici come stelle isolate e placide, porta all’estremo la teatralità nella sezione finale, dionisiaca e allegramente iconoclasta: il gesto finale è un moto di liberazione e forse una presa d’atto che la conoscenza del passato non deve escludere uno spensierato “carpe diem”. – Luca Ciammarughi

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