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[CLASSICA/Ensemble strumentale e coro voci bianche]
Da sette secoli lo Stabat Mater, bellissima e toccante sequenza mediolatina in venti strofe tristiche di dimetri trocaici (lo schema metrico delle singole strofe è XXy), illustra poeticamente a chi l'ascolta l'inscindibile nesso di sofferenza e redenzione, dolore e finitezza da una parte, speranza ultraterrena dall'altra, che è alla base del messaggio cristiano. Lo Stabat Mater fu attribuito a varie ed eminenti figure della chiesa, da San Bernardo a Innocenzo III, da San Bonaventura addirittura a Gregorio Magno, ma oramai da lungo tempo l'autore è stato individuato quasi con certezza in Iacopone da Todi (1235 ca. - 1306). Potente personalità di frate francescano, in lotta con la corrotta chiesa "ufficiale" (fu scomunicato e incarcerato da Bonifacio VIII), Iacopone è anche e soprattutto grande poeta, capace di coniugare la raffinata formazione letteraria giovanile con un'adesione potente e istintiva all'espressione della religiosità popolare. La sua celeberrima lauda drammatica Donna de paradiso è il primo esempio veramente grande di teatro - teatro religioso, ma pur sempre teatro - in volgare italiano, e tratta proprio, anche se con ben più drammatici accenti, la stessa scena della Madonna ai piedi della croce che troviamo nella sequenza, nello Stabat Mater. La sequenza, in generale, è un genere fiorito nel medioevo a partire dal X secolo ca., un componimento poetico di libera, e spesso splendida invenzione (come testimoniano le sequenze di Wipone, di Adamo di San Vittore, di Tommaso da Celano) destinato a "farcire" la liturgia ufficiale (ad esempio l'Alleluja della messa) e in molti casi dotato di melodie originali straordinariamente belle. Nel Cinquecento il rigorismo liturgico del Concilio di Trento condannò molti di questi autentici tesori della melica e della spiritualità medievale all'uscita dai libri dei celebranti, salvando però le sequenze più belle e popolari, fra cui, oltre allo Stabat Mater, citeremo almeno il Dies Irae (testo attribuito a Tommaso da Celano) per la messa dei morti. Quanto allo Stabat Mater, era destinato alla messa mariana dei Sette Dolori, ma nel 1727 papa Benedetto XIII stabilì che venisse usata nella liturgia delle ore del venerdì santo (attualmente, comunque, il breviario la colloca nella festa mariana dell'Addolorata).
La situazione liturgica (o paraliturgica) e la bellezza dei versi raccomandano da secoli questo testo all'attenzione dei compositori. Un florilegio dei più celebri Stabat Mater della storia della musica colloca accanto nomi lontani nel tempo e nello spazio: dalla quieta e severa ma eloquente intonazione polifonica di Giovanni Pierluigi da Palestrina a Giovan Battista Pergolesi, il cui Stabat Mater (1736) si spinse rapidamente fino agli estremi d'Europa, come spinto da un calore d'espressione veramente da grande musica italiana; dalla limpida e soave lettura cameristica di Luigi Boccherini a quella "teatrale" fino all'oltranza di Gioachino Rossini, allo Stabat Mater di Giuseppe Verdi (è uno dei Quattro Pezzi Sacri) che rinverdisce attraverso un'intuizione sorprendentemente moderna antiche fonti di melos gregoriano. Il XX secolo ha visto tutt'altro che in declino, anzi, la fortuna fra i compositori della sequenza di Jacopone, musicata, fra gli altri, da Karol Szymanowski, Virgil Thompson, Francis Poulenc, Krzysztof Penderecki, Arvo Paert, il cui Stabat Mater nell'esecuzione dell'Hilliard Ensemble è stato uno degli autentici "casi" e netti successi, anche discografici, della musica colta contemporanea.
E' una rarità, invece, uno Stabat Mater pensato espressamente per voci di bambini e ragazzi, e ce la propone un giovane compositore polacco, Piotr Zychowicz (fra i suoi connazionali di questo secolo, come si vede dall'elenco precedente, il testo jacoponico ha avuto molte attenzioni). La scelta può sembrare, di primo acchito, pericolosa, vista l'assenza, diciamo così, di vocazione drammatica della vocalità "bianca"; d'altra parte, all'ascolto di questo lavoro, si nota come sia proprio questa scelta a definire le coordinate del pezzo, che in virtù dell'assunto, dell'essere progettato per un ensemble di giovani "apprendisti di musica" (il pur esperto e rinomato coro "Guido Monaco" di Prato e i ragazzi della classe di Musica d'insieme della Scuola di Musica di Sesto Fiorentino), sembra orientarsi fin dalle prime battute verso una tinta quasi mai tragica, piuttosto pia e sobriamente angelica, valorizzata in questa produzione discografica dall'essere contornata dai composti monumenti della coralità luterana e tedesca (Bach, Buxthehude, Telemann), più una delle limpide "sinfonie d'istromenti" di Adriano Banchieri. Dietro il rispetto dell'andamento naturalmente cullante della ritmica mediolatina del testo, dietro la linearità dell'invenzione melodica come a certi chiari e ripetuti disegni degli archi attraverso cui si snoda un'armonizzazione frescamente neotonale, dietro la stessa scelta dell'organico strumentale che vede gli archi (quattro parti per di violino e violoncello) ancorati al solido appoggio delle due tastiere, è forse visibile la meditazione su alcuni grandi modelli del '900, Britten in primo luogo, decisivi per l'idea di una civiltà della musica che vede nell'esercizio musicale fin dall'infanzia il proprio ineludibile fondamento.
Eleonora Torselli
Direzione
Marisol Carballo
Corale
Voci Bianche Guido Monaco di Prato
Registrazione c/o autitorium "Guido Monaco" di Prato, Editing, Missaggio e Masterizzazione in EMA SERVICE da Giuliano Soldivieri, Matteo Guasti, Roberto Neri e Giuseppe Scali
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