George Georgescu: Six suites for unaccompanied cello di Johann Sebastian Bach (TRIOLO CD)

Integrale delle Suites per Violoncello di Johann Sebastian Bach (3 Album – 3 CD)

GEORGE GEORGESCUvioloncellista
Romeno naturalizzato Italiano,  ha  iniziato  gli  studi  del  violoncello  con  Iacob  Aron, nella  città  natale  di  Bucarest, perfezionandosi  successivamente  con  Serafim Antropov,  presso  l’Università  di  Musica  “Ciprian  Porumbescu”  di  Bucarest  e  laureandosi  con  il massimo dei voti e la lode.  Dimostrando qualità straordinarie sin dall’infanzia, Georgescu riesce ad ottenere nel  paese  in  riva  al  Danubio  tutta  la  gloria,  il  grande  favore  del  pubblico  e  della  critica che  non  esita  a  metterlo  sullo  stesso piano  con  alcuni  dei  più  famosi  musicisti  romeni come George Enescu, Valentin Gheorghiu e Stefan Gheorghiu. L’incontro con il grande maestro Sergiu Celibidache contribuisce in modo profondo alla sua formazione artistica.
Per  chiara  fama,  nel  1981 il maestro Riccardo Muti lo invita a ricoprire l’incarico  di  Primo violoncello  solista  presso    l’Orchestra  del  Maggio  Musicale  Fiorentino, ruolo  che  ha onorato per oltre 30 anni, con  grande apprezzamento del  direttore  principale  Zubin  Mehta  e  dei direttori  ospiti  fra  quali:  C.Maria  Giulini,  Carlos Kleiber,  Eduardo  Mata,  Myung – Whun  Chung, Bruno Bartoletti, Georges Pretre, Semyon Bychkov, Ivor Bolton, Riccardo Muti, Claudio Abbado, etc.
Negli ultimi anni ha consolidato la collaborazione con la pianista Dalida Jacono in duo e con il violinista Yehezchel Yerushalmi e la pianista Dalida Jacono nel trio Cosimo De’ Medici.
Importante anche la sua attivita’ didattica, come docente di violoncello ai Corsi Master della  Scuola  Il  Trillo  di  Firenze,  Corsi  di  perfezionamento  del  Maggio  Musicale Fiorentino e del New York Accademy, oltre alla sua partecipazione nelle giurie di concorsi internazionali e nazionali.

Hanno detto di lui:
“Ho  riscontrato  nel  violoncellista  Georgescu primissime  qualità  strumentali,  nonché alta sensibilità musicale.” – Carlo Maria Giulini
“Ho   avuto   l’opportunità   di   collaborare   con   G.Georgescu,   straordinario   cellista   e
soprattutto splendido musicista.” – Carlos Kleiber
“Ho avuto l’opportunità di collaborare con Georgescu straordinario violoncellista e soprattutto splendido musicista.” – Edoardo Mata
“George Georgescu ottimo solista e musicista di sensibilità squisita.” – Zubin Mehta

Johann Sebastian Bach – Six Suites for unaccompanied cello
CD1
Suite No. 1 in G Major, BWV 1007
I. Prelude II. Allemande III. Courante IV. Sarabande V. Minuet VI. Gigue
Suite No. 2 in D Minor, BWV 1008
I. Prelude II. Allemande III. Courante IV. Sarabande V. Minuet VI. Gigue
CD2
Suite No. 3
in C Major, BWV 1009

I. Prelude II. Allemande III. Courante IV. Sarabande V. Bourrée VI. Gigue
Suite No. 4 in E-flat Major, BWV 1010
I. Prelude II. Allemande III. Courante IV. Sarabande V. Bourrée VI. Gigue
CD3
Suite No. 5
in C Minor, BWV 1011

I. Prelude II. Allemande III. Courante IV. Sarabande V. Gavotte VI. Gigue
Suite No. 6 in D Major, BWV 1012
I. Prelude II. Allemande III. Courante IV. Sarabande V. Gavotte VI. Gigue
George Georgescu – violoncello


Eleonora Negri
La splendida alba del violoncello moderno:
le sei
Suites per violoncello di Johann Sebastian Bach
Parallelamente all’intensa professione di primo violoncello dell’Orchestra del Maggio Musicale Fiorentino – nella quale si è fatto apprezzare da un pubblico vastissimo e da maestri del calibro di Zubin Mehta, Carlo Maria Giulini e Riccardo Muti – la “seconda vita violoncellistica” di George Georgescu è dedita da sempre all’approfondimento del repertorio legato al suo strumento. L’incisione integrale che qui, per la prima volta, egli ci offre delle sei Suites per violoncello solo di Johann Sebastian Bach arriva dopo una sua quarantennale esperienza esecutiva di questi capolavori, quando si è sentito pronto per dare anche il suo contributo alla storia dell’interpretazione di questo vero e proprio monumento, creando un particolare ambiente sonoro con il suo meraviglioso violoncello, realizzato a Napoli nel 1732 da Gennaro Gagliano (il cui padre, Alessandro, era stato diretto discepolo di Antonio Stradivari).
In questa interpretazione Georgescu tiene presente il ruolo di visionario anticipatore che Bach ebbe sull’ “idea sonora” della destinazione di opere che oltrepassano i confini della fisicità, per diventare esperienze speculative e, talvolta, utopistiche: basti pensare alle grandi summae del Wohltemperiertes Klavier (“la tastiera ben temperata”), dell’Offerta musicale e dell’Arte della fuga, pietre miliari nella storia del pensiero strumentale, interpretate da grandi strumentisti di ogni sorta e capaci di aggiungere l’emozione di sorprese conoscitive ad ogni loro nuova realizzazione. Analogamente, le Suites BWV 1007-1012 (rispettivamente in Sol maggiore, in Re minore, in Do maggiore, in Mi bemolle maggiore, in Do minore e in Re maggiore) segnano l’inizio della grande letteratura per il violoncello moderno, prefigurandone prospettive ideali, non sempre raggiunte nella storia costruttiva dello strumento: è il caso della quinta e sesta di queste Suites, le cui istanze espressive superano i limiti delle realistiche possibilità esecutive del violoncello dell’epoca bachiana e richiedono uno straordinario impegno esecutivo per rendere piena giustizia alla grandezza di queste opere; esse, sia per il valore intrinsecamente musicale, sia per le loro inedite potenzialità tecniche ed espressive, rappresentano nel loro complesso un unicum insuperato nella letteratura per violoncello, che diventa capace di competere con la raffinatezza espressiva fino ad allora detenuta dalla viola da gamba, già prediletta destinataria, sia in Francia che in Germania, di un repertorio splendidamente sfaccettato.  Qui si può dire che Bach crei uno spartiacque – da cui la viola da gamba inizierà il suo tramonto – inventando lo stile del violoncello con una cantabilità nuova, affine allo stile italiano, ma memore dell’espressività e dei preziosismi dei gambisti francesi e tedeschi; questo nuovo stile scaturisce intrinsecamente dalle linee melodiche e dal dinamismo che il gesto esecutivo imprime alle figure musicali a partire dall’inizio di ogni pezzo. Come ha notato Alberto Basso nella sua imponente monografia degna di Bach, in queste Suites la melodia di ogni danza risulta scandita in periodi parcellizzati, che riascoltiamo a tratti regolari sulle varie corde dello strumento, realizzando un contrappunto di grande forza espressiva, «in cui la “linea” conta più della “massa” e in cui l’arte del “cantabile” è l’autentica ragion d’essere della composizione».
Il carattere fortemente innovativo non favorì la fortuna di queste composizioni presso i contemporanei e si dovette attendere il 1825 per la loro prima edizione a stampa, presso l’editore viennese H. Probst. Delle Suites per violoncello manca l’autografo e i testimoni più vicini sono ritenuti una copia manoscritta dalla seconda moglie dell’autore, Anna Magdalena, e un’altra realizzata dall’organista e compositore Johann Peter Kellner, amico di Bach. Queste Suites appartengono, come la maggior parte dei capolavori strumentali di Bach, agli anni compresi fra il 1716 e il 1723, in cui il compositore fu al servizio della corte calvinista di Köthen, prima del suo definitivo impiego come Kantor nella Thomaskirche a Lipsia. Dato che la liturgia calvinista non prevedeva musica, a Köthen – il cui incarico fu ottenuto grazie ai buoni uffici della sorella  del principe Leopold, Eleonore Wilhelmine di Anhalt-Köthen, andata in sposa all’elettore Ernst August di Sassonia-Weimar – Bach poté dedicarsi con più impegno alla produzione strumentale profana, particolarmente apprezzata dal principe Leopold, che possedeva spiccate doti musicali, dimostrate fin dall’infanzia, e suonava il violino, la viola da gamba e il cembalo, cantava pregevolmente come basso, aveva un’importante collezione di strumenti e approfittò dello scioglimento della cappella musicale berlinese nel febbraio 1713, alla morte di Federico I di Prussia, per assumerne alcuni valenti musicisti per la sua cappella. Fra questi merita ricordare l’esperto violoncellista Christian Berhard Linigke e, dal 1714, il gambista e violoncellista Christian Ferdinand Abel, entrambi i quali ebbero verosimilmente un ruolo significativo nell’aspetto sperimentale di queste Suites.
Il significato della produzione che Bach destinò alla corte di Köthen nel corso di quei sette anni basterebbe, da solo, a rendere imprescindibile il nome del compositore nella storia della musica strumentale di tutti i tempi: vi troviamo opere che rappresentano il punto di partenza del rispettivo genere, come il primo volume del Clavicembalo ben temperato, i Concerti brandeburghesi, le Suites francesi, le Sonate e Partite per violino solo e, appunto, le Suites per violoncello. In queste, la tradizionale forma barocca della successione (suite) di danze nel canonico ordine di Allemanda, Corrente, Sarabanda e Giga viene arricchita di un Preludio iniziale (come nelle Suites inglesi BWV 806-811, destinate alla tastiera, risalenti anch’esse agli anni di Köthen), nel quale Bach esplora difficoltà tecniche basate su slanci melodici e figurazioni ritmiche ostinatamente ripetute, tanto da indurre gli editori ottocenteschi a considerare queste Suites una raccolta di Studi; tale ipotesi didattica inficiò a lungo la loro diffusione, fino alla “riscoperta” interpretativa che ne fece Pau Casals, al quale si deve la loro prima incisione nel 1925. Ogni Suite ha, inoltre, un’ulteriore danza, articolata in due parti, inserita prima della Giga: un Minuetto I e II nelle prime due Suites, una Bourrée I e II nella terza e quarta e una Gavotta I e II nelle ultime due. Il violoncello sciorina tutta la varietà della sua eloquenza nel piglio virtuosistico dei Preludi, nella grazia danzante di Allemande, Bourrées e Minuetti, nella leggerezza fluida delle Correnti, nella solennità meditativa delle Sarabande e nell’evocazione timbrica di bordoni da cornamusa in alcune delle Gighe. Anche nell’adozione di queste forme di danza Bach lascia un tratto innovativo, esaltandone le potenzialità contrappuntistiche,  con un flusso melodico  ininterrotto e un ritmo cangiante.
La quinta e sesta Suite spiccano, nel loro assunto ancor più marcatamente sperimentale, fin dai rispettivi preludi, di maggiori dimensioni e complessità rispetto alle prime quattro Suites. In particolare, quello della quinta Suite in Do minore è concepito in forma di un’ouverture e comprensivo di un’ampia fuga, il cui soggetto viene esposto sulle diverse corde – che sono intonate in modo anomalo (Do1-Sol1-Re2-Sol2 invece che Do1-Sol1-Re2-La2) – in modo da sfruttare il loro diverso colore, per ottenere un più sfaccettato effetto polifonico. Ancor più singolare è la sesta Suite, in Re maggiore, il cui virtuosismo è, a dir poco, estremo nell’esecuzione su un consueto violoncello, poiché scritta per uno strumento a cinque corde, di discussa identificazione, sul quale si raggiungeva un registro di ampiezza superiore alle tre ottave. In questa vertiginosa tensione verso e oltre i confini del possibile – simile a quella delle Sonate e Partite per violino solo –  Bach sposa il virtuosismo con la sfida intellettuale, quando, come scrive Piero Buscaroli, «la polifonia latente si attua in una serie di memorie differite, di rimandi e di echi sulla distanza» nella costruzione ideale di un edificio architettonico che «non è solo facciata, è un corpo completo, provvisto di profondità e di volume, di chiari e di scuri, di presenza e di sogno», riscattando il violoncello dal ruolo subordinato di realizzatore del basso continuo a strumento capace di realizzare, tutto da solo, una delle più alte strutture organizzative del pensiero umano.



Integral of the Suites for Cello by Johann Sebastian Bach (3 Album – 3 CD)

English

GEORGE GEORGESCUcellist
Italian, of Romanian origin, George Georgescu began his studies with Iacob Aron in his native city of Bucharest, later to continue with the great Maestro Serafim Antropov at the “Ciprian Porumbescu” Academy of Music where he graduated with honors. Showing outstanding musical qualities from his early childhood, Georgescu is soon recognized by the public and the critics of this country who, without hesitation, put him on the same level as some of its most famous interpreters such as George Enescu, Valentin Gheorghiu and Stefan Gheorghiu. He soon begins to collaborate with many of these people: Valentin and Stefan Gheorghiu (in the “Trio Bucuresti”), Ion Voicu, M.Basarab, M.Brediceanu, A.Octav-Popa, Erwin Acel, L.Baci, H.Andreescu, P.Staicu, Liana Pasquali, A.Gutman, V.Cosighian as well as others well known on the Romanian musical scene. He soon is recording and appearing in many Romanian radio and television broadcasts. George Georgescu continues his concert activity not only in Romania, but also with great succes in Spain, France, Czechoslovakia, China, Switzerland and Italy. In 1980, for his outstanding reputation, he was included in the important Lexicon publication “International Youth in achievement” edited by The American Biographical Institute in collaboration with The International Biographical Center of Cambridge. In 1981, again for his outstanding reputation, George Georgescu was invited to fill the position of First Cello soloist for the Orchestra del Maggio Musicale Fiorentino in Florence, Italy. He remains in that position today working with the orchestra’s principal condutor Zubin Mehta, also having performed with guest conductors such as: Carlo Maria Giulini, Carlos Kleiber, Eduardo Mata, Myung-Whun Chung, Semyon Bychkov, Bruno Bartoletti, Georges Pretre, Claudio Abbado, Riccardo Muti, Seiji Osawa, Sergiu Celibidache, Ivor Bolton etc. Since his arrival in his new adopted city, Florence, Georgescu’s name has been tied to many important musical organizations such as: “Musicus Concentus”, “Solisti del Maggio Musicale Fiorentino”, “Solisti Fiorentini” or simply as the soloist George Georgescu. He has performed as a soloist in other italian cities; Rome (1983-RAI Auditorium), Siena (1983,1990-Accademia Chigiana), Bologna (1983,1987,1990-Teatro Comunale), Modena (1986-Teatro Comunale), Ravenna, Milano, Torino,etc. and of corse on the stage of the Maggio Musicale Fiorentino (to 1982 from 2011)

“I have had the possibility to ascertain that cellist G. Georgescu has exceptional qualities as an instrumentalist as well as a great musical sensitivity”.
Carlo Maria Giulini
“I have found that George Georgescu possesses the finest qualities as an instrumentalist along with outstanding musicality”. Carlos Kleiber
“I have had the oppotunity to collaborate with G. Georgescu, an extraordinary cellist and above all, splendid musician”. Eduardo Mata
“George Georgescu – an outstanding soloist and musician with exquisite sensitivity”. Zubin Mehta

Johann Sebastian Bach – Six Suites for unaccompanied cello
CD1
Suite No. 1 in G Major, BWV 1007

I. Prelude II. Allemande III. Courante IV. Sarabande V. Minuet VI. Gigue
Suite No. 2 in D Minor, BWV 1008
I. Prelude II. Allemande III. Courante IV. Sarabande V. Minuet VI. Gigue
CD2
Suite No. 3
in C Major, BWV 1009

I. Prelude II. Allemande III. Courante IV. Sarabande V. Bourrée VI. Gigue
Suite No. 4 in E-flat Major, BWV 1010
I. Prelude II. Allemande III. Courante IV. Sarabande V. Bourrée VI. Gigue
CD3
Suite No. 5
in C Minor, BWV 1011

I. Prelude II. Allemande III. Courante IV. Sarabande V. Gavotte VI. Gigue
Suite No. 6 in D Major, BWV 1012
I. Prelude II. Allemande III. Courante IV. Sarabande V. Gavotte VI. Gigue
George Georgescu – cello

Eleonora Negri
The splendid dawn of the modern cello: the six cello Suites by Johann Sebastian Bach
Along with his demanding job as the lead cellist in the Orchestra del Maggio Musicale Fiorentino – in which role he has received great acclaim from the public and such leading musicians as Zubin Mehta, Carlo Maria Giulini and Riccardo Muti – the second life of the cellist George Georgescu is dedicated, as always, to the exploration of the repertoire of his instrument. His recording, presented for the first time, of the six solo cello Suites by Johann Sebastian Bach comes after forty years of experience in playing these masterpieces, when he finally felt ready to make his own contribution to the interpretation of these fundamentally important works, which he does with his wonderful cello, made in Naples in 1732 by Gennaro Gagliano, whose father, Alessandro, was a pupil of none other than Antonio Stradivari.

In this recording, Georgescu is well aware of the visionary role that Bach, ahead of his time, had of the “concept of sound” in the works, which went beyond the merely physical to become speculative and, at times, even Utopian experiences. We need merely consider the great summae of the Wohltemperiertes Klavier (the well-tempered keyboard) of the Offerta musicale and Arte della fuga, genuine milestones in the history of the instrument, played by many musicians from a variety of backgrounds, all of whom have been able to add their own emotions to their interpretations of the works. In the same way, the BWV 1007-1012 Suites (in G major, D minor, C major, E-flat major, C minor and D major respectively) mark the beginning of the great literature for the modern cello, for which they lay down ideal prospects which the history of the construction of the instrument was not always capable of satisfying. This is the case in the fifth and sixth of these Suites, whose expressive notes go beyond the realistic possibilities of what the cello at the time of Bach could achieve, and which require extraordinary technical abilities to do full justice to the works. With their intrinsically musical value and unprecedented technical and expressive potential, these works taken as a whole are a unique challenge for the cellist, given their ability to compete with the expressive refinement which, up to that time, was the exclusive territory of the bass viol, whose repertoire in both France and Germany was already of a multi-faceted nature.  With these works, we can say that Bach created a watershed – which contributed to the decline of the bass viol – with the invention of a new style in the playing of the cello, similar to the Italian style but reminiscent of the precious modes of expression of the French and German bass viol players. Essentially, this new style derived from the melodic lines and dynamism which strikes the listener from the very start of each piece. As Alberto Basso pointed out in his monumental monograph on Bach, in these suites the melody of each dance can be found in separate sections, which we hear and hear again at regular intervals in the different chords played by the instrument, to create a counterpoint of great expressive force, “in which the “line” is more important than the “mass” and in which the art of the “singable” is the authentic raison d’être of the composition”.
These were highly innovative works which weren’t well received by his contemporaries, and it wasn’t until 1825 that the first printed edition was released by the Viennese publisher H. Probst. There’s no handwritten version of the cello suites, and the closest we come to it is a manuscript copy by the composer’s second wife, Anna Magdalena, and another by the organist and composer Johann Peter Kellner, a friend of Bach. Like most of Bach’s instrumental masterpieces, these suites were composed between 1716 and 1723, when he worked with the Calvinist court of Köthen, before he became the Kantor at the Thomaskirche in Leipzig. As there was no music in the Calvinist liturgy, in Köthen – where he was appointed through the influence of the sister of Prince Leopold, Eleonore Wilhelmine of Anhalt-Köthen, who married  Ernst August of Saxony-Weimar – Bach was able to dedicate more of his time to secular music, which was particularly appreciated by Prince Leopold, who had prodigious musical talents and played the violin, bass viol and harpsichord, had a fine bass singing voice and an important collection of musical instruments, and took advantage of the closure of the Berlin music school in February 1713, on the death of Frederick I of Prussia, to take on a number of talented musicians for his own school. Among these, we should mention the expert cellist Christian Berhard Linigke and, from 1714 onwards, the viol player and cellist Christian Ferdinand Abel, both of whom probably played a significant role in the experimental stages of the suites.
The importance of Bach›s output for the court of Köthen during these seven years would on its own be sufficient to confirm his position as one of the greatest composers of all time. The works from this period include starting points for new musical genres, such as the first volume of the Well-tempered Clavier, the Brandenburg Concertos, the French Suites, the Sonatas and Partite for solo violin and, of course, the cello suites. In these, the traditional baroque form of the succession of dances in the accepted order of Allemanda, Corrente, Sarabanda and Giga is enriched with an initial Prelude (as in the English Suites BWV 806-811 for the keyboard, which were also composed during the Köthen years), when Bach was exploring technical difficulties based on melodic leaps and rhythmic figures obsessively repeated, to the extent that the publishers of the nineteenth century tended to regard these suites as a collection of studies, a didactic approach that had the effect of keeping them in obscurity for some time, until they were «rediscovered» by Pau Casals, to whom we owe their first recording in 1925. Each suite also has an additional dance, divided into two parts, prior to the Giga: a Minuet I and II in the first two suites, a Bourrée I and II in the third and fourth and a Gavotta I and II in the final two. The cello shows off the full range of its eloquence in the virtuoso start of the Preludes, in the dancing grace of the Allemande, Bourrées and Minuets, the fluid lightness of the Correnti, the meditative solemnity of the Sarabande and the tonal evocation of bagpipe drones in some of the Jigs. In his adoption of these forms of dance too, Bach leaves his innovative mark, by exalting the counterpart potential with an uninterrupted flow of melody and changes of rhythm.
The experimental approach stands out even more markedly in the fifth and sixth Suites, starting from the preludes, which are greater in dimension and complexity than the first four. The fifth suite in C minor takes the form of an overture and includes a broad fugue, whose subject is exposed in the various chords – intoned in an unusual pattern (Do1-Sol1-Re2-Sol2 rather than Do1-Sol1-Re2-La2) – to exploit their different shading and obtain a more faceted polyphonic effect. Even more remarkable is the sixth Suite, in D major, in which the virtuosity is extreme to put it mildly in its execution on a standard cello, given that it was written for a five-stringed instrument, whose identification is uncertain, with which a breadth of more than three octaves was achieved. In this dizzying tension towards and beyond the limits of the possible – similar to that of the Sonatas and Partite for solo violin –  Bach combines virtuosity and intellectual challenge when, as Piero Buscaroli writes, “the latent polyphony acts in a series of deferred memories, returns and echoes over a distance”, in the ideal construction of an architectural edifice which “is not only a facade, but a complete body with depth and volume, light and darkness, presence and dream”, in which the cello emerges from its subordinate role as a continuous bass drone to become an instrument capable of expressing one of the highest organisational structures of human thought, all on its own.

Etichetta EMA Vinci classica
UPC 3615933344090
© Copyright EMA Vinci
℗ Produttore EMA Vinci records
Anno di produzione 2018
Catalog Number 40073
Genre Classic
Durata 02:47:30